domenica 3 aprile 2016

IL BULLISMO NELLA SCUOLA DI OGGI





DEFINIZIONE DEL FENOMENO

Con la crisi di valori che le società stanno vivendo, i diritti dei minori sono negati e tale condizione è emarginata. Il bambino, fin dai primi giorni di vita, attraverso l’imposizione dei modelli di comportamento e degli schemi educativi , può subire, all’interno dell’ambiente familiare, forme di “micro-violenza”, ovverosia un insieme di atteggiamenti, assunti “per il suo bene”, ma che , alla fine, si trasformano in atti di “macro-violenza”. L’Osservatorio nazionale per l’infanzia definisce il bullismo “una prepotenza di qualunque genere perpetrata da uno o più ragazzi nei confronti di altri ragazzi”. Dunque il bullismo non è che la traduzione, negli ambienti dedicati all’infanzia e all’adolescenza, di ciò che accade nella società ma con una variabile importantissima: le vittime non sanno difendersi e i “ carnefici”, in quanto minori, godono di ampie garanzie di impunità.
  Il bullismo è un fenomeno che ormai coinvolge la scuola, la famiglia e la società intera e che non si limita ad episodi di angheria e sopruso tra ragazzi, ma si può estendere anche alle attenzioni sessuali verso un insegnante video ripreso in classe o l’aggressione di un genitore ai danni del preside di una scuola. Il bullismo è un tipo di comportamento aggressivo particolarmente insidioso e pervasivo che si basa sull’intenzione ostile di uno o più ragazzi, sulla ripetitività nel tempo dell’azione persecutoria e sulla debolezza della vittima che difficilmente riesce a difendersi. La motivazione del bullismo non è quella di reagire in modo violento ad una situazione di provocazione o di ottenere dei vantaggi materiali mediante un attacco diretto ad un compagno; la motivazione ultima è di tipo relazionale, ed è quella di affermare il potere di uno sull’altro nell’ambito della propria rete sociale di riferimento. Le  caratteristiche distintive del fenomeno possono essere così riassunte:
  intenzionalità, cioè il fatto che il bullo mette in atto premeditatamente dei comportamenti aggressivi con lo scopo di offendere l’altro o di arrecargli danno; è questo un aspetto rilevante, sebbene non sempre tutti i ragazzi abbiano piena consapevolezza di cosa stanno facendo;
  persistenza: sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, l’interazione bullo-vittima è caratterizzata dalla ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo;
  asimmetria di potere: si tratta di una relazione fondata sul disequilibrio e sulla disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce, che spesso è più forte o sostenuto da un gruppo di compagni, e la vittima che non è in grado di difendersi;
  natura sociale del fenomeno: come testimoniato da molti studi, l’episodio avviene frequentemente alla presenza di altri compagni, spettatori o complici, che possono assume-re un ruolo di rinforzo del comportamento del bullo o semplicemente sostenere e legittimare il suo operato.
Il fenomeno presenta quindi una forte complessità, sia a livello di definizione che di dinamica reale degli eventi, poiché non include azioni negative occasionali fatte per scherzo o per un impeto di rabbia, ma viene usato come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, osservatore, sostenitore del bullo, difensore della vittima). Il fenomeno del bullismo, anche se con altre modalità, è stato da sempre un tratto saliente della vita sociale dei giovani e degli adolescenti. Ne sono una testimonianza i romanzi e i racconti in cui questo fenomeno viene narrato e descritto. Lo scrittore di fine secolo Edmondo De Amicis, nel lontano 1886, descrive il bullo Franti nel suo libro “Cuore”:” E’ malvagio. Quando viene un padre a scuola a fare una partaccia al figliolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride…Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su questa fronte bassa, in quegli occhi torbidi che tiene quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ride quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcuno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rosse, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse”. Non è tanto la pervasività del fenomeno che ci deve preoccupare, ma la gravità e la violenza con cui a volte si manifesta in una fetta più ristretta della popolazione. Le prepotenze possono essere dirette e indirette: le prime sono manifestazioni più aperte, visibili, di prevaricazione nei confronti della vittima e possono essere sia di tipo fisico(colpi, pugni, calci) sia di tipo verbale(minacce, offese). Le prepotenze indirette, invece, sono più nascoste, sottili e, per questo, spesso più difficilmente rilevabili; gli esempi più frequenti sono l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie sui compagni. Differenziare questi due tipi di prepotenza permette di rendere conto delle differenze legate alla variabile sesso, poiché, mentre nei maschi sembrano prevalere le prepotenze di tipo diretto, soprattutto quelle fisiche, sono le femmine a mettere in atto più spesso quelle di tipo  indiretto. La nuova frontiera del bullismo è certamente il cyberbullismo, una forma di prevaricazione che si basa sull’uso di internet o del telefonino per fare prepotenze ad un compagno. Questo fenomeno prevede l’invio di sms, e-mail o la creazione di siti internet che si configurano come minaccia o calunnia ai danni della vittima, e la diffusione di immagini e filmati compromettenti tramite internet. In età adolescenziale il bullismo si lega in modo rilevante con sintomi di malessere psicologico, con comportamenti devianti e antisociali e con uso di alcol e di sostanze psicoattive. Diventa uno degli indicatori del disagio in adolescenza. Nella scuola primaria la stragrande maggioranza degli studenti dichiara che le prepotenze avvengono nelle aule e più raramente nel cortile, nei corridoi o nei bagni della scuola. In genere i bulli appartengono alla stessa classe delle vittime o a classi superiori, e le vittime dichiarano che a molestarli sono soprattutto un singolo ragazzo o un gruppo di ragazzi o anche, ma meno frequente, un gruppo misto di ragazze e ragazzi. Nel caso delle scuole superiori il bullismo si allarga alla sfera extra scolastica ed emerge una quota significativa di problemi che avvengono sui mezzi di trasporto(19,8%), per strada(34,6%) e nelle compagnie del tempo libero(37,5%). Inoltre, in una parte dei casi, si evidenziano prepotenze di ragazzi più grandi contro più piccoli.  La dominanza del bullo sembra essere rafforzata dall’attenzione e dal supporto dei sostenitori, dall’allineamento degli aiutanti, dalla deferenza di coloro che hanno paura e dalla mancanza di opposizione della maggioranza silenziosa. Il bullismo, cioè, è un fenomeno che si fonda sulla motivazione alla dominanza del bullo, sulla fragilità della vittima, ma anche sulla deferenza degli spettatori che spesso temono ritorsioni e non fanno nulla per fermare le prepotenze, inoltre coinvolge frequentemente la classe o il gruppo nel suo insieme. Quali i fattori? Tra i fattori legati al contesto di vita del soggetto, possiamo rintracciare la classe sociale e la famiglia di provenienza. Ciò che sembra influire sull’ampiezza del fenomeno non è tanto la classe sociale di appartenenza, quanto l’ambiente, il quartiere e la zona della città in cui i ragazzi vivono: ossia, la cultura di riferimento. In relazione alla famiglia molto si è indagato, in particolar modo sul rapporto tra clima educativo creato dai genitori, e problemi di bullismo e vittimizzazione. Nel caso del bullismo si è trovata una relazione sia con un’educazione permissiva, sia con un’eccessiva severità, autoritarismo e coercizione. Per la vittima una delle problematiche più rilevanti è costituita dagli atteggiamenti iperprotettivi dei genitori e da un nucleo familiare troppo coeso. Coloro che sono vittime o bulli a casa hanno una maggiore probabilità di mantenere lo stesso ruolo anche nel contesto scolastico. Anche l’insegnante ha un ruolo importante: studi recenti dimostrano come una relazione cattiva con l’insegnante improntata a insoddisfazione e percezione di non accettazione si correla con una maggiore incidenza del bullismo nelle classi. Si è tentato di tracciare un identikit del bullo che presenta alcune caratteristiche ricorrenti come aggressività generalizzata, impulsività, irrequietezza, scarsa empatia, atteggiamento positivo verso la violenza che sembrano essere le radici del comportamento prepotente e per converso nell’insicurezza, nella scarsa autostima, quelle del comportamento della vittima. La scuola è il luogo in cui gli atti di bullismo si manifestano con maggiore frequenza, soprattutto durante i momenti di ricreazione e nell’uscita da scuola. Proprio a causa di ciò le vittime dei bulli spesso rifiutano di andare a scuola. Rimproverati continuamente di “attirare” le prepotenze dei loro compagni, perdono sicurezza e autostima. Questo disagio può influire sulla loro concentrazione e sul loro apprendimento. Spesso ragazzi con sintomi di stress, mal di stomaco e mal di testa, incubi o attacchi di ansia, o che marinano la scuola o, peggio ancora, hanno il timore di lasciare la sicurezza della propria casa, sono le vittime prescelte dal bullo. In genere le vittime sono più deboli fisicamente della media dei ragazzi. Anche l’aspetto fisico può giocare un ruolo nella designazione della vittima, anche se non è determinante. Le vittime sono, per lo più, soggetti sensibili e calmi, anche se al contempo sono ansiosi e insicuri. Talvolta soffrono anche di scarsa autostima ed hanno un’opinione negativa di sé e della propria situazione. La caratteristica più evidente del comportamento da bullo è chiaramente quella dell’aggressività rivolta verso i compagni, ma  molto spesso anche verso i genitori e gli insegnanti. I bulli hanno un forte bisogno di dominare gli altri e si dimostrano spesso impulsivi. Vantano spesso la loro superiorità, vera o presunta, si arrabbiano facilmente e presentano una bassa tolleranza alla frustrazione. Manifestano grosse difficoltà nel rispettare le regole e nel tollerare le contrarietà e i ritardi. L’atteggiamento aggressivo prevaricatore di questi giovani sembra essere correlato con una maggiore possibilità, nelle età successive, ad essere coinvolti in altri comportamenti problematici, quali la criminalità o l’abuso da alcol o da sostanze. All’interno del gruppo vi possono essere i cosiddetti bulli passivi, ovvero i seguaci o sobillatori che non partecipano attivamente agli episodi di bullismo. E’ frequente che questi ragazzi provengano da condizioni familiari educativamente inadeguate, il che potrebbe provocare un certo grado di ostilità verso l’ambiente. Le vittime presentano sin dall’infanzia un atteggiamento prudente e una forte sensibilità. Un atteggiamento negativo di fondo, caratterizzato da mancanza di calore e di coinvolgimento, da parte delle persone che si prendono cura del bambino in tenera età, è un ulteriore fattore importante nello sviluppo di modalità aggressive nella relazione con gli altri. Il fenomeno, tuttavia, è da inserire in un reticolo di fattori concatenati tra loro. Gli stili educativi rappresentano un fattore cruciale per lo sviluppo o meno delle condotte inadeguate. E’ interessante sottolineare come il grado di istruzione dei genitori, il livello socio-economico non sembrano essere correlate con le condotte aggressive dei figli.

QUALI LE STRATEGIE POSSIBILI PER LA SCUOLA

L’Istituzione scolastica ha un ruolo fondamentale, in quanto istituzione sistematica e intenzionale, nel favorire la crescita civile e culturale per una piena valorizzazione della persona. Il sistema di istruzione e formazione in Italia, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha subito profondi cambiamenti che ne hanno modificato l’organizzazione, la struttura, la mission e la vision. Il trattato di Maastricht del 1992 ha segnato l’inizio di un percorso che , mentre avviava l’unificazione economica e monetaria dei paesi europei, assegnava proprio alla scuola il ruolo centrale per la riqualificazione del sistema economico, considerando i sistemi scolastici dei singoli Stati fattori determinanti del rinnovamento. L’Italia non si sottrae al cambiamento e, gradualmente, trasforma un’organizzazione burocratizzata e gerarchica in un sistema che promuove la cultura del risultato e diventa serviente con un protagonista, lo studente, non più passivo ma coattore del sistema scolastico. La scuola, da sempre sistema rigido e particolarmente chiuso ai grandi sconvolgimenti, non si è potuta sottrarre a questa rivoluzione e, sollecitata anche dalle neuroscienze che hanno posto l’attenzione sul dato che non è più possibile pensare ad un apprendimento di tipo lineare, ma che ogni individuo è dotato di una sua peculiare e specifica intelligenza e che ciascuno ha il diritto sacrosanto di essere valorizzato e di essere al centro dell’azione educativa, ha cominciato a recepire la lezione che  compito precipuo degli educatori  deve diventare imparare a comprendere, conoscere e stimolare l’intelligenza di ogni singolo alunno,  la cui figura è diventata il centro focale della mission dell’Istituzione scolastica. Non più un’organizzazione lineare degli apprendimenti, ma la disposizione di un sistema plurimo, diversificato e convergente con nuovi obiettivi e nuove regole, un sistema più inclusivo e capace di essere intenzionale e sistematico, come si conviene ad un istituzione cui è affidato un compito importantissimo: la formazione dei soggetti in età evolutiva. L’UE ha contribuito, in maniera sostanziale, a promuovere i cambiamenti sollecitando nel 2013 la realizzazione di un sistema di formazione in grado di contribuire ad una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva partendo dalla considerazione che i giovani sono un capitale umano di inestimabile valore che deve essere adeguatamente formato e orientato durante il lungo percorso di sviluppo all’interno dei diversi sistemi di formazione, non solo per debellare l’increscioso fenomeno dell’abbandono scolastico, ma anche per formare cittadini consapevoli, dotati di competenze spendibili nel mondo del lavoro, competenze che siano la giusta sintesi di apprendimenti formali, informali e non formali perché è ormai chiaro che la scuola non ha più l’esclusiva quando si parla di apprendimenti. La centralità della persona su cui l’UE insiste e su cui fonda il progetto di valorizzazione delle risorse umane, è stata recepita anche dal nostro legislatore che già nel 2003 con la legge 53 ha introdotto il concetto di personalizzazione come condizione essenziale per garantire il successo formativo di ogni singolo studente, nella consapevolezza che non si può più pensare di insegnare ex cathedra investiti di un’autorità al limite dell’inviolabile, ma l’insegnante diventa un professionista dell’istruzione che, attraverso un lavoro di aggiornamento, studio e ricerca , conosce le necessità dei suoi studenti, le accoglie, le elabora e ne fa il punto di partenza per un’azione didattica personalizzata e fatta su misura per ognuno. La garanzia del successo formativo, quale mission dell’istituzione scolastica, non può prescindere dall’ inclusività come obiettivo categorico non solo per i disabili, già tutelati dalla legge 104/92, ma per tutti gli alunni che presentino una qualsiasi difficoltà legata alla condizione socio-economica, culturale o linguistica (si pensi agli studenti stranieri di recente immigrazione o ai bambini adottati), come espressamente normato dal DM 27/11/12(BES) in accoglimento delle conclusioni della Convenzione ONU e grazie all’adozione del sistema ICF che estende il concetto di disabilità, per troppo tempo limitato al deficit fisico, al contesto socio culturale e ambientale della persona, inclusività da garantire anche a tutti gli adulti, stranieri o italiani, che chiedano di rientrare nel sistema scolastico per conseguire un titolo di studio, a tutti quegli studenti che risultino eccellenti e che meritano un adeguato riconoscimento e la giusta valorizzazione del loro potenziale. La scuola dell’autonomia, come delineata nel DPR 275/99 e come rafforzata nella legge 107/15, dunque, può progettare un’azione educativa che miri allo sviluppo della persona umana, adeguata ai diversi contesti e alla famiglia, forte di una concreta possibilità di agire secondo le reali necessità dell’utenza e del territorio, favorendo e incentivando la ricerca come elemento cardine per garantire professionalità aggiornate, in grado di stare al passo con gli studi che potenziano e agevolano la professione dei docenti. Il compito ambizioso e fondante della scuola autonoma è formare cittadini competenti e consapevoli, in grado di diventare capitale economico, capaci di portare un contributo personale di qualità che realizzerà un generale passo avanti nel percorso personale e collettivo. L’autonomia didattica, tassello imperativo in questo percorso, trova il suo naturale corollario nell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo a supporto di una metodologia in divenire, che si alimenta e cerca di fondarsi sullo studio, sull’aggiornamento e sull’approfondimento di quelle scienze, quali la sociologia, la psicologia, l’epistemologia, le scienze dell’organizzazione che ormai sono parte integrante del bagaglio culturale di un docente e di un Ds. La ricerca è la conditio sine qua non per elaborare una metodologia che abbia interiorizzato l’assunto che un apprendimento è proficuo solo se significativo, una metodologia che rispetti, poiché li conosce, i diversi stadi dello sviluppo psicologico dello studente e sia basata su un’attenta ricognizione dei bisogni formativi di ciascuno, delle caratteristiche dell’ambiente e del territorio, una metodologia che punti alla valorizzazione della persona in un’ottica di lifelong learning. La scuola, dunque, perde la rigidità di un sistema il cui compito si limitava a impartire nozioni e che non teneva affatto conto dell’importanza e dell’influenza della famiglia, per diventare un amministrazione servente che crea sinergia con la famiglia ( si pensi al patto di corresponsabilità) che diventa, a buon diritto, coattore del processo di sviluppo del discente. La scuola dell’autonomia, dunque, deve progettare un’azione educativa che miri allo sviluppo della persona umana, raccogliendo le indicazioni che arrivano dall’Europa (si pensi al rapporto E. Cresson) e che puntano ad un’ istruzione che favorisca l’acquisizione di nuove conoscenze, avvicini scuola e impresa(alternanza scuola lavoro), lotti contro l’emarginazione e consenta, attraverso la conoscenza delle lingue comunitarie, di aprirsi ad una dimensione veramente europea. La nuova consapevolezza della scuola circa la necessità di interagire con gli elementi che influenzano lo sviluppo di un soggetto in età evolutiva viene dalla sociologia che indica due diverse forze che concorrono nella formazione di un soggetto: la forza interna, quella cioè innata, e la forza esterna che condiziona in modo prepotente lo sviluppo cognitivo di un soggetto. Il fattore esterno, trascurato e non adeguatamente considerato per molto tempo, è la variabile di cui la scuola deve tenere conto, in quanto influenza, condiziona e orienta un soggetto in età evolutiva. Entrano di diritto tra i fattori del percorso di sviluppo la famiglia, il primo  nucleo educativo e interlocutore prezioso per programmare interventi mirati e personalizzati; la scuola che, in quanto istituzione, deve garantire un’azione consapevole e sistematica; il territorio, che può influenzare il soggetto offrendo o negando alternative che completino l’offerta formativa; l’UE ,di cui l’Italia è parte, che raccomanda di garantire attenzione al singolo per una strategia formativa che risulterà vincente nella misura in cui saprà dotare lo studente di competenze spendibili per l’inserimento nel mondo del lavoro; il mondo virtuale fatto di social e di informazioni che corrono veloci e non sempre adeguatamente selezionate, ma che influenzano le conoscenze e spesso le orientano. E’ chiaro, dunque, che la scuola, parte della società che la sociologia definisce fattore esterno, non può più pensare di essere l’esclusiva depositaria della formazione e tanto meno di agire senza dare il giusto valore agli altri attori della formazione, ma deve , pur conservando la  consapevolezza necessitata dal ruolo istituzionale, considerare queste importanti variabili per interagire con esse e puntare ad una azione che faccia di ogni elemento un fondamentale fattore dell’educazione. La scuola progetta per darsi un’organizzazione funzionale ed efficiente, fondandosi su premesse valide e solide e deve tener conto dei molteplici ed eterogenei fattori sociali che, ad un livello macro, determinano la tipologia di alunni di un determinato istituto, in un determinato territorio( a partire dal quartiere per finire al territorio nazionale, europeo o persino mondiale). In questa ottica è chiaro che, ciascun elemento del dialogo educativo, deve diventare  strategico, dunque risorsa, nel processo di sviluppo dell’alunno: l’apprendimento non passa più solo dalla lezione frontale e tanto meno si esaurisce nei contesti formali e istituzionali, ma si arricchisce, forse in misura addirittura maggiore, in contesti informali o non formali che rappresentano un continuum con l’azione istituzionale della scuola, in una logica di complementarietà e non di sovrapposizione tanto meno di conflitto, ma di arricchimento e completamento. La società, in quanto riconosciuta come risorsa, attraverso convenzioni o accordi negoziali, che hanno lo scopo del servizio quale imperativo categorico per tutti i fattori dell’educazione, coopera con la scuola per realizzare, secondo quanto sollecitato dall’U.E, quelle forme di raccordo tra scuola e lavoro. L’alternanza scuola lavoro, disciplinata nel D.lgs 77/05, fortemente potenziata con la L 107/15,  va esercitata come la declinazione della spendibilità delle competenze e la messa in prova del buon risultato del percorso formativo, essa contribuisce a rendere operative le competenze degli studenti e consente di coniugare teoria e pratica, oltre a realizzare il necessario collegamento della scuola con il mondo del lavoro e a correlare l’offerta formativa allo sviluppo sociale, economico e culturale del territorio. Le istanze europee, accolte dal Legislatore, puntano a valorizzare adeguatamente il fattore umano come risorsa e fondamento di una società che assicuri il benessere di tutti e che cresca in misura direttamente proporzionale in ricchezza. La società, fattore e risorsa del processo educativo, si dispone, dunque, a diventare prodotto in quanto  attraverso la valorizzazione del fattore umano, realizza una strategia vincente che restituisce gli investimenti nell’ambito della formazione  sotto forma di cittadini attivi, competenti, consapevoli e in grado di essere capitale economico, capaci di contribuire al benessere proprio e  della collettività. Oggi la scuola non si pone più come un’autorità infallibile e rigida, ma grazie all’autonomia può calibrare la sua azione organizzativa e didattica sulle esigenze che l’utenza presenta e il territorio definisce, realizzando i percorsi più adatti alle richieste dei suoi studenti e alle risorse del territorio. Personalizzare significa conoscere, la personalizzazione consente di cogliere e valorizzare le diversità, consente di essere inclusivi nella misura in cui si può adattare il percorso scolastico sia per valorizzare le eccellenze che per compensare gli svantaggi, la personalizzazione è la carta vincente per realizzare il diritto soggettivo allo studio di ogni persona in età evolutiva. L’inclusività, dunque, completa la mission della scuola solo se supera il concetto di pietistico inserimento dei disabili nelle classi comuni per diventare integrazione, valorizzazione delle risorse di ciascuno nella diversità. La complessità sociale, i grandi processi migratori che investono il nostro paese devono trovare accoglimento all’interno della scuola chiamata a colmare il gap socio-economico fornendo anche ai giovani immigrati, siano essi protagonisti di un forzoso cambiamento, siano essi adottati, gli strumenti necessari per un inserimento consapevole e da protagonisti non trascurando il dolore, il disagio, la rabbia che spesso caratterizza le loro vite e che fa parte del loro bagaglio personale su cui lavorare, ma anche la tutela di tutti coloro che hanno una qualsiasi difficoltà di apprendimento che non è contemplata nella  legge 104/92 ma che può essere limitante se non adeguatamente presa in carico da tutte le agenzie che concorrono alla formazione.  Ormai la priorità della formazione non è più dare contenuti , ma sostenere il pieno sviluppo formativo dello studente garantendo a tutti, secondo i principi costituzionali che ispirano il nostro sistema scolastico, le stesse opportunità che non significa, tuttavia, operare per tutti allo stesso modo, ma, al contrario, realizzare interventi su misura che consentano a ciascuno di superare i propri limiti e valorizzare i propri punti di forza. Il concetto di uguaglianza e di pari opportunità tiene conto proprio della diversità e di un’azione didattica che non deve livellare o appiattire, ma creare diversità complementari e integrate attraverso il raggiungimento di obiettivi standard che tengano conto non solo di fattori meramente formali, ma che valorizzino anche gli apprendimenti informali e non formali, come sostenuto già nel Libro Bianco del 1997 , per garantire l’auspicata e imperativa crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Il successo formativo, divenuto imperativo per la scuola, passa attraverso la necessaria autonomia che prevede il coinvolgimento di tutti gli attori dello sviluppo formativo del bambino, ognuno con le proprie specifiche responsabilità e il proprio ruolo. La scuola è chiamata, dunque, a recepire e accogliere le istanze che la società complessa presenta e farne il punto di partenza della sua programmazione. La scuola deve imparare ad essere accogliente ed inclusiva, vale a dire deve individuare le situazioni di criticità dei suoi studenti e deve agire in modo intenzionale e sistematico, come le si addice. Il contesto profondamento complesso in cui si muove l’Istituzione scolastica richiede, come appare chiaro, un’attenta progettazione dei percorsi formativi ed una consapevolezza non solo delle norme che tutelano i soggetti in età evolutiva,  ma anche degli studi che ne consentono la necessaria conoscenza e che presuppongono un aggiornamento costante che renda ciascuno responsabile dei risultati da conseguire. La scuola ha metabolizzato l’idea che i cambiamenti sono ineluttabili e che possono essere latori di nuove opportunità. La corretta vision dell’istituzione passa da una lettura psico-socio-pedagogica della realtà contingente, dalla presa in carico della richiesta di formazione del territorio e degli utenti , dall’accoglimento dei bisogni degli studenti e dall’analisi del territorio come risorsa e punto di partenza essenziale. Obbedendo al principio della sussidiarietà quale strategia vincente per dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini,  l’iniziativa della regione Lazio è senza dubbio notevole e denota la giusta attenzione ad un fenomeno che la scuola fatica a gestire e che, tra le conseguenze, annovera la dispersione scolastica. I fondi, viste le infinite possibilità che normativamente la scuola autonoma può mettere in campo, andrebbero a sostenere progetti mirati non tanto al recupero di situazioni critiche, quanto alla prevenzione. Individuati i ragazzi più problematici, potrebbe portare, con un’adeguata disponibilità di mezzi, a progettare percorsi di motivazione: il bullo si nutre della noia che talvolta i percorsi didattici ingenerano, della scarsa attenzione che un docente, in classi pollaio, può riservargli o, semplicemente della frustrazione, figlia di una scelta errata o poco consapevole. Gli istituti professionali, purtroppo, sono stati privati della loro stessa forza, i laboratori, che consentono un approccio operativo che permette una maggiore responsabilizzazione e un’operatività che si fa meno frustrante e demotivante per chi, come il bullo, ha un profilo particolarmente insofferente(ci auguriamo che dopo il parere favorevole della Cassazione i quadri orario degli istituti professionali siano rivisti e si ritorni allo status quo ante le linee guida del 2010). Lavorare nel segno della personalizzazione in classi di 30/32 studenti , con almeno due alunni diversamente abili e un numero cospicuo di DSA non agevola l’auspicata didattica personalizzata e neppure la formazione di un clima di collaborazione e di costruzione d relazioni sane e monitorate costantemente dall’insegnante. Eppure, nonostante le tante difficoltà, le scuole autonome, si muovono promuovendo la cultura della legalità e accompagnando i propri studenti nella formazione di una personalità sana e consapevole, verso una cittadinanza attiva e responsabile. Noi docenti degli istituti professionali lavoriamo, certamente, in emergenza a causa della eterogeneità della nostra utenza, ma giochiamo favoriti dalla spendibilità delle nostre discipline professionali che si affiancano alle discipline dell’Area generale di istruzione senza rinunciare mai alla qualità, ma rafforzati da quei percorsi di alternanza scuola lavoro introdotti dalla legge 77/05 e rafforzati enormemente, anche grazie alle continue sollecitazioni provenienti dall’UE, dalla legge 107/15. Il nostro Istituto ha  dovuto fronteggiare episodi di bullismo in più di una occasione, ma al di là dell’episodio che richiede di volta in volta una riflessione e un percorso pensato per il singolo allievo, lavoriamo , ormai da anni, per diffondere la cultura della legalità tra i nostri studenti. Lo scorso anno abbiamo ospitato la dottoressa Rita Borsellino che ha preso per mano i nostri ragazzi e gli ha fatto attraversare, con delicatezza e rispetto, la vita del compianto magistrato, un momento ampiamente preparato in classe con letture, con la visione di contributi filmati e con riflessioni che sono diventate domande consapevoli e mature. Ogni anno organizziamo incontri con l’arma dei Carabinieri per affrontare i temi non solo della legalità nel senso più ampio del termine, ma mirando alla professionalità in fieri dei nostri studenti: gli incontri hanno affrontato temi come la frode e la sofisticazione alimentare, ma anche la responsabilità penale e civile in caso di comportamenti irresponsabili tenuti sotto l’effetto di alcol e droghe, non meno rilevanti gli incontri con la Polizia postale per riflettere sui rischi e sulle conseguenze del cyberbullismo. La nostra indefessa opera di sensibilizzazione tende proprio a creare quella auspicata cultura della legalità che dovrebbe ridurre al minimo episodi di bullismo all’interno e fuori dall’edificio scolastico. Un lavoro importante viene fatto anche sulle relazioni che i docenti tendono a costruire con i ragazzi, fatte di rispetto e di quella necessaria empatia che mira a diventare elemento accogliente e riferimento costante nella vita del minore. Il nostro Istituto Professionale Alberghiero può vantare una tradizione di eccellenza, che si connota da sempre per una efficace sinergia e collaborazione con tutti i soggetti operanti nel settore enogastronomico e turistico del territorio. Senza parlare delle ricchissime iniziative e attività di alternanza scuola-lavoro, che portano spesso i nostri studenti a svolgere tirocini all’estero. Proprio dal 2015/16, in obbedienza al dettato della Legge 107, siamo in grado di affiancare ai tradizionali strumenti di intervento (come lo “Sportello Didattico” e i corsi di recupero da sempre attivi nel nostro Istituto), un Piano di miglioramento molto più articolato, che si avvarrà di un corpo docente aggiuntivo: quello dell’organico di potenziamento relativo alla Fase “C” del Piano Straordinario di assunzioni predisposto dal Governo per il 2015/2016. L’organico “dell’autonomia” era già una novità del DPR 275/99 che non è riuscita a decollare in quanto gli Istituti, tranne forse che per la scuola primaria e secondaria di primo grado, non sono riusciti a creare questi percorsi alternativi o di rinforzo. L’organico previsto dalla L 107/15, consente, invece, concretamente con una dotazione aggiuntiva rispetto alle esigenze strettamente curricolari della scuola, di realizzare percorsi straordinari di supporto alla didattica e di affiancamento dei docenti delle classi più numerose e problematiche, per noi le classi prime, per lavorare sul successo formativo, propedeutico alla soddisfazione personale e all’autostima, oltre che ad un lavoro di motivazione attraverso un intervento su piccoli gruppi di lavoro per riprendere, approfondire, analizzare o semplicemente impostare un metodo di lavoro adeguato ed efficace. Questo team di docenti può e, secondo la nostra esperienza, deve realizzare concretamente l’inclusività, grazie ad un supporto qualificato e professionalmente stimolante per ridurre la disaffezione nei confronti della scuola, per realizzare l’accoglienza e l’ascolto che se pure non potranno risolvere tutti i problemi dei ragazzi e della scuola, contribuiranno a creare un clima di maggiore serenità e rassicurante per i ragazzi che, troppo spesso, non possono contare sul supporto di famiglie che hanno rinunciato alle loro prerogative fondamentali. Il lavoro di rinforzo, dovendo gestire le professionalità che ci sono state assegnate, si rivolgerà soprattutto ad alcune discipline considerate più ostiche dai ragazzi ma su cui il Legislatore e l’UE chiedono di porre maggiore attenzione quali le lingue, italiana e straniera, e matematica. Lavorare sulle discipline per raggiungere i programmati obiettivi trasversali, ridurre la frustrazione mirando al potenziamento della qualità della persona, riscoprendo coi i ragazzi, anche in un percorso orientativo in itinere, quali sono i punti di forza su cui basare la propria azione e quali i punti di debolezza su cui lavorare. Un elemento che ritengo essenziale all’interno della scuola è, senza dubbio, lo sportello di ascolto che, nel nostro istituto è affidato al Dottor Jacopo Paris che, in modo gratuito, presta la sua opera e che i fondi della regione potrebbero consentire di pagare. La ‘dispersione’ nel Lazio risulta, in effetti, sensibilmente migliorata nel corso degli ultimi 15 anni: merito, evidentemente, dell’efficacia delle molte strategie messe in campo dalle Istituzioni scolastiche. Anche qui a parlare sono i numeri: quest’anno si attesta al 24,5%, ben lontana dunque da quel 40,1% che quindici anni fa aveva rappresentato uno dei peggiori risultati tra le regioni italiane: un vero e proprio exploit complessivo, che lascia spazio ad ampi margini di ottimismo. Stanziare soldi è un ottima scelta di investimento, ma serve, dopo aver dato alla scuola l’autonomia funzionale, dotare le scuole dei fondi necessari ad attivare tutti gli interventi possibili e ad hoc per rispondere alle richieste di aiuto dei nostri studenti.La prevenzione consiste nell’insegnare modalità di interazione positiva con i compagni e nell’informare sulle conseguenze disadattive dell’essere bullo, con l’obiettivo fondamentale di ridurne il rischio di incidenza. La prevenzione secondaria si configura come risposta ad alcuni incidenti di bullismo. Può prevedere approcci di tipo punitivo(sospensione, sanzioni disciplinari) o di tipo riparatorio e di mediazione tra le parti. L’approccio terziario consiste nel trattamento e nella riabilitazione di ragazzi implicati nel problema; comporta, quindi, un intervento di monitoraggio dei fenomeni, strutture di counselling, ed interventi terapeutici per le vittime, eventuali denunce e interventi sanzionatori per ragazzi prepotenti. Uno degli approcci più efficaci per ridurre il problema è quello istituzionale che coinvolge la scuola nel suo complesso. Questo perché il fenomeno ha una natura multidimensionale che comprende non solo il gruppo dei pari ma anche la cultura della scuola, la qualità dei rapporti tra scuola e famiglia e, più in  generale, il sistema sociale di riferimento degli alunni. Approccio curricolare: legato alla volontà e all’iniziativa del singolo docente che si ritaglia uno spazio all’interno delle discipline per affrontare il tema e favorire un percorso di progressiva sensibilizzazione sul problema da parte degli alunni. Spesso questo percorso parte da stimoli culturali( film, narrativa, letture..) per favorire una progressiva presa di coscienza. Approcci di potenziamento delle abilità emotive e sociali e della convivenza: in questa tipologia rientrano percorsi di lavoro trasversali delle discipline che possono favorire la capacità dei ragazzi di comunicare in modo più adeguato, di riflettere, attraverso un approccio globale sui fenomeni di prepotenza, di capire il punto di vista di altri problemi all’interno della classe. Il bullismo è un problema di violazione dei diritti umani e per questo “ è responsabilità morale degli adulti assicurare che questo diritto sia rispettato e che per tutti i bambini e per tutti i giovani siano effettivamente promossi un sano sviluppo e l’esercizio della cittadinanza attiva”. Nel 2007 il Legislatore ha ritenuto necessario, alla luce dei fatti di cronaca, emanare le linee guida per attivare una strategia in grado di arrestare il dilagare di un processo di progressiva caduta sia di una cultura del rispetto delle regole sia della consapevolezza che la libertà dei singoli debba trovare un limite nella libertà degli altri, linee guida ancora attuali e punto di riferimento dei professionisti della scuola.

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