" Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia": sono le parole disperate che un giovane quattordicenne ha scritto prima di lanciarsi nel vuoto per porre fine ad un dolore che non riusciva più a sopportare, spaventato dalla sua diversità, soffocato dall'angoscia e dalla paura
del giudizio di una società fintamente bacchettona e moralista. Si muore ancora
per essere diversi…ma da chi? Quando si parla di omosessualità mi riaffiora il
ricordo del mio migliore amico, Daniele, che dopo un percorso faticoso,
sofferto e costellato di insidie mi chiamò per dirmi che doveva vedermi per
confessarmi una cosa che mi avrebbe lasciato senza parole( cosa assai
difficile!): era gay !!!!!! La mia reazione è stata di sorpresa in quanto io lo
sapevo da un pezzo, ma poi gli ho chiesto in che modo questa sua consapevolezza
avrebbe cambiato il nostro splendido rapporto. A distanza di quasi 25 anni so
che non è cambiato nulla, che abbiamo camminato insieme condividendo momenti
belli, difficili, assurdi amandoci teneramente come due esseri umani possono
fare.Gli omosessuali hanno due occhi, due orecchie, due gambe, due braccia,
bevono, mangiano, dormono e amano: perdonatemi, ma non riesco a capire in cosa
siano diversi!!! Amiamo le persone e basta e credo davvero che nessuno di noi
si ponga il problema di che tipo di rapporti sessuali abbia un amico o
un’amica: in camera da letto, tra due persone che si amano e che sono
consenzienti, può essere legittimo tutto, pertanto perché ci soffermiamo in
maniera morbosa sul fatto che due uomini o due donne possano amarsi? Persino il
Papa, sconcertando e lasciando basiti i suoi interlocutori, ha detto
chiaramente:” Chi sono io per giudicare un omosessuale?” e noi chi siamo? Diversi
sono gli uomini che picchiano e violentano le donne o i bambini, diversi sono
gli assassini, i truffatori, coloro che offendono la dignità e i sentimenti dei
loro simili, non gli omosessuali che di diverso, lasciatemelo dire, hanno il
dolore che questa società meschina e ottusa gli provoca. Mi rattrista che
questo tempo si lasci fagocitare da mille, inutili preoccupazioni e poi lasci
morire suicida un adolescente schiacciato dalla paura di non essere accettato
da una società sessista e macha oltre ogni limite. Oggi mi è capitato di
leggere che in Germania propongono di non assegnare un sesso ai neonati, ma di
indicare con una X l’attribuzione di un genere maschile o femminile, in attesa
che il bambino abbia le idee chiare su ciò che vuole essere. Forse a ciascun
essere umano dovrebbe essere garantita la libertà di scegliere e di seguire il
proprio cuore senza dare un peso così rilevante alla categoria sessuale, in
quanto ognuno vive la propria sessualità, che sia etero o omosessuale, nel
chiuso della propria stanza, ma ciascuno deve essere garantito e tutelato nella
libertà dei propri sentimenti. Provo un profondo senso di frustrazione pensando
alla solitudine di questo giovinetto, spaventato e intimorito dalla cattiveria
di un mondo che ancora non ha compreso una verità essenziale: siamo persone e
nulla più e ognuno ha il diritto e il dovere di essere felice e di vivere
secondo le proprie inclinazioni. Persino un mio alunno, qualche anno fa, sentì il
bisogno di rivelarmi questo segreto: a lui riuscii solo a dare un caldo
abbraccio, consapevole del percorso dolorosissimo che aveva dovuto compiere per
giungere a quella consapevolezza, lui così bello, intelligente e speciale. Potrei fare bella mostra di omosessuali famosi o riferirmi alla storia antica, quando essere omosessuali era "normale", ma questa disquisizione potrebbe indurre a pensare che servono esempi unici e rilevanti per " normalizzare" ciò che è già normale. Mi piacerebbe
una società in cui non fosse richiesto di esprimere la propria categoria
sessuale, in quanto questo dato mi sembra irrilevante e superficiale, ma una
società che assicuri a ciascuno di vivere la propria vita affettiva e sessuale
in pienezza e con la riservatezza che è diritto di tutti. Non facciamo crescere
i nostri figli con i paraocchi, ma insegniamo il rispetto per tutti gli esseri
viventi, non demonizziamo gli omosessuali, non confondiamo omosessualità e
pedofilia , mettiamo ordine semplificando i nostri rapporti con le persone che
ci stanno intorno e che non possono morire di indifferenza o di “ diversità”.
Gli omosessuali non sono più sensibili, più simpatici o più attenti alle
persone, sono uguali agli altri e possono essere pure insensibili, strafottenti
e idioti, proprio come tutti gli altri esseri umani. Non permettiamo a nessun
giovane adolescente di vivere la propria sessualità come un macigno che
potrebbe essere troppo pesante da portare da solo: educhiamo alla vita in
tutte le sue forme e nella sua grandiosa diversità.
mercoledì 21 agosto 2013
mercoledì 24 luglio 2013
E-BOOK: LA SCUOLA PUO' ATTENDERE
La decisione del Ministro
dell’Istruzione Anna Maria Carrozza in merito alla necessità di differire di
almeno un anno l’obbligatorietà dei libri digitali nelle scuole ha lasciato
soddisfatti gli editori, meno l’opinione pubblica in generale. Le motivazioni
di tale scelta, riferisce il ministro, poggiano sulla considerazione che serve
più tempo per organizzarsi e per valutare le ricadute sulla salute dei giovani
utenti esposti ad un uso prolungato di strumenti tecnologici, oltre che denaro
per dotare le scuole e le case di banda larga e WI-FI. In realtà, su tutte,
sembrano prevalere le ragioni degli interessi economici degli editori che
nell'immediato dovrebbero mandare al macero moltissimi libri già stampati e,
soprattutto, vedrebbero notevolmente ridotti i loro profitti! La scuola italiana deve, purtroppo, fare i conti con
l’accusa di recepire troppo lentamente i segnali di cambiamento e di non essere tempestiva nel realizzare l’ammodernamento richiesto a livello mondiale, deve essere più competitiva e
fornire ai propri utenti strumenti più efficaci e al passo con i tempi, che
rispondano in maniera mirata alle richieste di una società globalizzata e
tecnologica e sembra che l’introduzione dell’e-book risponda a tutti questi
diktat. La nostra scuola così criticata, vilipesa, accusata di anacronismo,
di immobilità culturale eppure così poco considerata dai diversi governi di destra e di sinistra che si
alternano e che sistematicamente scelgono di non investire in
uno dei nodi essenziali, se non vitali, di una società che si rispetti, ora
sembra arrivata ad un bivio di fondamentale importanza: rendere obbligatorio
l’e-book pare proprio che possa rivoluzionare la scuola italiana, una panacea a
tutti i mali accumulati nel corso dei decenni!!! Francamente sorrido di fronte
a tante parole spese tra coloro che sono a favore e coloro che, per difendere i
propri interessi, oppongono motivazioni discutibili e poco credibili.
Da
insegnante, neppure troppo avanti con gli anni, dico che non potrei rinunciare
al piacere fisico dello studio, fatto dell’odore della carta, della matita che
sottolinea e ferma immagini, pensieri, che riassume, commenta e lascia una
traccia indelebile dell’incontro con il libro! Non nego certamente il valore e
l’importanza della tecnologia, ma il nuovo deve convivere con la tradizione e
con un modo di studiare che si è rivelato efficace e valido sempre e ovunque. I
nostri laureati esprimono, in moltissimi casi, eccellenze e competenze
qualificatissime, i nostri cervelli scappano all'estero per completare gli
studi e cercare un lavoro che il nostro paese, non la nostra scuola, gli nega!
Dobbiamo rivedere i programmi, forse persino il modo di insegnare, ma non mi
pare che la scuola abbia questa priorità in questo momento!!!! Parliamo di
e-book e in alcune scuole manca la connessione, parliamo di tecnologia avanzata
e le strutture di alcune , la maggior parte delle scuole, sono fatiscenti, per
usare un eufemismo! La riqualificazione della scuola passa prima di tutto dalla
creazione di ambienti accoglienti, puliti e sicuri, poi dal sacrosanto e giusto riconoscimento del ruolo sociale
e professionale dei docenti corrispondendo loro uno stipendio europeo (
perché essere moderni significherà pure adeguare gli stipendi oltre che
introdurre gli e-book!), infine dagli investimenti che il nostro paese,
che non riesce a tagliare le spese della farraginosa macchina statale ma nega
fondi alla scuola trasversalmente, non sembra intenzionato a fare!!!! Mi piace
l’idea di far risparmiare denaro alle famiglie sempre più in difficoltà, ma non
credo davvero sia questa la soluzione per ovviare ai troppi problemi della
scuola. Peccato che per cose del genere si accendano polemiche esagerate,
appassionate e mentre la scuola viene privata della dignità e dei mezzi minimi
di sussistenza nessuno si lanci in battaglie in difesa e a tutela di un
istituzione che rimane, per me e molti insegnanti, SACRA!!!!!!!!! Lavoriamo per
una scuola al passo con i tempi, diamo alla tecnologia il giusto valore e il
meritato posto nella vita di docenti e studenti, ma non perdiamo di vista, mai,
che la scuola è fatta di contenuti, di conoscenze e di competenze che insieme istruiscono gli studenti e che sono assolutamente complementari e tessere
imperdibili di un puzzle complesso da ultimare: la formazione dei nostri giovani!
giovedì 11 luglio 2013
FERMIAMO QUESTA STRAGE
Penso alla solitudine di questo bambino, al senso di vuoto con cui dovrà fare i conti, ai perché cui dovrà dare risposte, al senso di frustrazione che dovrà imparare a gestire, al senso di solitudine profonda e irrimediabile con cui dovrà imparare a convivere. Nel profondo, tuttavia, voglio sperare che questa società che non ha saputo proteggere la sua mamma tanto coraggiosa e forte, sappia offrire a questo bambino tutto l’aiuto possibile perché lui possa metabolizzare questa tragedia, perché non cresca nell'odio e nel desiderio di vendetta, perché si spezzi questa maledetta catena di male per male, perché lui abbia la possibilità di scegliere senza sentirsi segnato da un destino già scritto e che non si può cambiare. Mi piace credere che questo bambino sia messo in condizione di superare il dolore, il male, di comprendere che spesso non ci sono risposte esaurienti a tutto ciò che la vita ci pone innanzi, ma che c’è sempre la possibilità di prendere in mano il proprio destino e volgerlo al meglio. Questo bambino dovrà “perdonare” e non in senso cristiano, ma dovrà perdonare nel senso di accettare e lasciar andare i fantasmi che lo tormenteranno e non gli daranno pace. Spero che qualcuno ricorderà a questo bambino, una volta adulto che, come scrive M. Gramellini: “ I se sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi nonostante”. Buona vita piccolo!!!!!
venerdì 5 luglio 2013
ESSERE INSEGNANTI OGGI
La mia riflessione nasce
dall'urgenza di ridefinire e rinfrescare a certi colleghi quali sono i compiti
precipui della scuola e quale è la grande responsabilità che ci assumiamo ogni
volta che entriamo in classe. Una parola importante e un diktat per la scuola è
orientamento, che sintetizza, a mio
avviso, tutto ciò che il lavoro di un insegnante deve mirare a raggiungere al
di là delle singole discipline. Il termine “orientamento” deriva dal latino oriens, orientis, participio presente
del verbo oriri (“nascere”), che
grazie al suffisso, esprime una decisa valenza strumentale: l’orientamento,
dunque, è lo strumento per la nascita, aggiungerei, di sé. Tra gli
obiettivi dell’orientamento scolastico va infatti riconosciuto, oltre alla
volontà di agevolare i processi di scelta dell’alunno, il dovere di affiancarlo
nella costruzione di un’immagine positiva di sé e nei primi passi di apertura
verso il futuro. In una società in cui le parole d’ordine sono innovazione,
flessibilità, adattabilità e riconversione, la scuola deve porsi come punto di
riferimento stabile e costante, nonché assumersi la responsabilità di
trasferire agli alunni progettualità ed autonomia decisionale come veri e
propri stili di vita. Il compito orientativo della scuola si deve esplicare
attraverso interventi, diversi per la loro specificità, che postulino un
disegno unitario fondato sul criterio di continuità. L’orientamento deve esser
un processo in fieri, caratterizzato
da azioni coordinate e continuative che inizino dalla prima infanzia,
individuino bisogni e aspettative ed indirizzino i processi verso una migliore
qualità della vita, nella prospettiva finale di una crescita individuale ma
anche, di riflesso, collettiva. Soltanto un processo orientativo così delineato
potrà assicurare il diritto allo studio, cioè l’opportunità per ciascuno di
raggiungere la propria maturazione, e sarà dunque allo stesso tempo un
risolutivo strumento d’intervento contro la dispersione scolastica. Occorre,
insomma, che la scuola continui a fornire i contenuti, essenziali per dare qualità
e spessore agli studenti, ma nello stesso tempo tenga conto delle singole
individualità. Ciascun docente ha il sacrosanto dovere di privilegiare la
diversità e di mirare a rendere l’alunno consapevole dei suoi mezzi e
promuovere la persona, privilegiando un insegnamento “strategico” e
individualizzato nel rispetto della diversità del singolo. Il nostro obiettivo
come insegnanti deve essere quello condurre gli alunni ad acquisire conoscenze
concrete e spendibili ai fini di una scelta più consapevole e meno episodica ed
emozionale. Perché insisto su questo tema? Perché “ fare orientamento” ci
costringe a partire direttamente dal vissuto dei nostri studenti, a conoscere le loro capacità, ad aiutarli ad
avere stima di sé, a percorrere con loro una strada che li renda consapevoli
delle proprie potenzialità, dei propri limiti, a guidarli a vivere la diversità
come un valore che arricchisce gli strumenti di cui dispone un docente e avvia
nuove e più efficaci strategie didattiche. In una scuola che sta cambiando, che
punta ad una scolarizzazione di massa nell'apparente tentativo di elevare il
livello culturale dei nostri giovani, non è più possibile insegnare guardando a
standard predefiniti e impersonali, ma è diventato prioritario studiare
strategie mirate, nel tentativo di stimolare e sfruttare le qualità, le
attitudini e le disposizioni degli alunni.
Non è più pensabile il docente che
entra, si siede, spiega la sua lezione e assegna i voti non ponendosi il
problema delle difficoltà degli alunni o, semplicemente, dei diversi tempi di
apprendimento. Attenzione, però, a non lasciarci indurre in errore: la scuola
non può e non deve essere privata dei contenuti che restano fondamentali per
conservare e mantenere vivo tutto il nostro vastissimo patrimonio culturale del
quale i giovani devono avere coscienza e consapevolezza, ma non può non
adeguarsi ad una società che cambia e che le affida compiti sempre più
disattesi dalle famiglie. Che ci piaccia
o no il ruolo dell’insegnate richiede un apertura al “counseling” e alla
consapevolezza che per aiutare i nostri studenti non dobbiamo fornire loro
soluzioni pronte e preconfezionate, ma aiutarli a comprendere la situazione in
cui si trovano, a riconoscere le difficoltà e a gestire strategie di azione per
superare gli ostacoli. Orientare, per me, significa insegnare ai giovani a
vivere mettendosi continuamente in discussione, riconoscere punti di forza e di
debolezza, sfruttando i primi e lavorando sui secondi per raggiungere una buona
qualità di vita. Tutto il mio discorso ( alcuni storceranno il naso!) non punta
a fare della scuola una succursale di Caritas o un centro di ascolto, ma ha
come obiettivo la riflessione che il nostro lavoro non si può limitare alla
trasmissione di contenuti senza passione e senza coinvolgere e lasciarsi
coinvolgere dai ragazzi. Quella con i ragazzi è una relazione che, talvolta,
dura anni e che implica un coinvolgimento emotivo e umano forte e difficile.
Storicamente all'insegnante è sempre stato affidato il compito di educare,
rendere consapevoli, trasmettere valori e contenuti e fornire esempi di vita ai
giovani che gli vengono affidati: oggi più che mai davanti ad una società che
non è attenta ai giovani, alle loro richieste, alle loro fragilità la scuola
deve, nei limiti degli strumenti di cui dispone ma forte delle competenze e delle
risorse umane e professionali dei docenti, diventare un punto di forza della
nostra società e un riferimento sicuro per gli studenti. Credo che sia questa
l’unica strada che abbiamo come docenti per riprenderci il posto che ci spetta
e che meritiamo nella società: essere professionali, tenere il passo con una
società che cambia e non avere paura di lasciarci coinvolgere dai ragazzi, non
mordono, studiano poco ma sanno essere riconoscenti e dare affetto in modo
inatteso…è la parte più bella di questo lavoro!!
martedì 2 luglio 2013
“ SOLO I COLTI AMANO IMPARARE, GLI IGNORANTI PREFERISCONO INSEGNARE”
Una frase lasciata su uno
stato di facebook per esprimere il disappunto per un esame che non è stato
soddisfacente, una frase lapidaria riferita ad un insegnante che, forse, non ha
fatto bene il suo lavoro eppure, per me, questa frase astiosa rappresenta il
dolore per l’ennesimo fallimento di una istituzione sacra e preziosa quale è la
scuola. Ora sarebbe facile rimbrottare la studentessa, chiederle di riflettere
e di cercare le cause di quanto le è capitato, la sua percezione dell’insegnante è stata, a dir poco negativa, e questa massima tanto vera per
ciascun docente che ami e rispetti questo lavoro, diventa amaro sfogo e monito
a recuperare la dignità di adulti e di docenti. Questa scuola che va alla
deriva, questi insegnanti vilipesi, sottopagati, sviliti nel ruolo che da
sempre gli ha richiesto la cura e la crescita delle nuove generazioni, che non
sono più in grado di comprendere che di fronte ad una scuola che cambia, in
meglio o in peggio non importa, bisogna tenere il passo. Che cosa abbiamo
perso? Fanno male solo a me le parole di una giovane ferita, amareggiata e
delusa non dalla sua prestazione , ma dall'atteggiamento ottuso, meschino e
scorretto di un insegnante che in questi anni doveva lasciarle qualcosa di
importante da spendere proprio in un momento delicato come l’esame di Stato?
Tutti noi insegnanti sappiamo bene quanto sia difficile lavorare con questi
ragazzi sempre più soli, sempre più fragili, sempre più demotivati, sappiamo
quanta poca complicità ci sia tra noi e le famiglie che ci percepiscono come
nemici da combattere e da cui proteggere i propri figli, ma siamo davvero
sicuri di non aver perso la dignità del nostro ruolo, la consapevolezza del
valore sociale, civile e umano del nostro lavoro? Lo stipendio non è
gratificante, ci manca la tutela, il riconoscimento sociale, la forza per
combattere un sistema che ci fagocita e ci spinge a diventare burocrati senza che
possiamo ribellarci, ma in tutto questo, purtroppo, si fa largo l’indifferenza
e la demotivazione di certi colleghi che non sono in grado di costruire una
relazione formativa efficace con gli studenti, fatta di complicità, di serietà,
di ore impiegate a spiegare, a raccontare attraverso le proprie conoscenze come
si diventa uomini e donne, fatta di empatia, di rapporti personali che si
devono cementare per rendere accogliente
l’ambiente formativo. Mi spiace che una giovane studentessa esca dalla scuola
con tanta amarezza nel cuore e tanta rabbia, lei è l’ennesimo fallimento di un
sistema che da una parte lotta per esistere all'interno di uno Stato che sembra
puntare al livellamento culturale e favorisce l’appiattimento, dall'altra deve, invece, grazie ai propri valori e alle proprie consapevolezze rivendicare la
propria funzione educativa, recuperando la giusta relazione con i ragazzi e,
magari, con se stesso!!! Anche io ricordo una insegnante che non riusciva
proprio a comprendere il caratteraccio di una studentessa curiosa, in cerca di
un importante riscatto sociale, piena di voglia di imparare ma difficile da
guidare: sento ancora le sue parole dure, umilianti e gratuitamente cattive
rispetto ad una manifesta intenzione di fare l’insegnante da grande……Ripenso
ancora a quell'insegnante che, attraverso la sua chiusura e l’incapacità di
comprendere una giovane studentessa certo intemperante, irruenta, rompi
scatole, ha insegnato a quella giovane
oramai donna che cosa non si deve fare mai con i propri studenti! Lei mi ha reso
attenta ai bisogni dei ragazzi, mi ha insegnato che sono io l’adulto e che devo
andare io incontro a loro e che devo essere io ad infrangere la loro diffidenza
e a guadagnare il loro rispetto. Porto
nel cuore ancora quella delusione, quella umiliazione, ma so che da quel dolore
è cresciuta l’insegnante che oggi ama questo lavoro per l’opportunità che le
offre di stare a contatto con i ragazzi, di scambiare con loro sapere, vita,
complicità e comprensione. Solo se riusciamo a costruire con questi giovani un
rapporto proficuo fatto di rispetto e complicità, riusciremo a riprenderci ciò
che la società odierna ci toglie ogni giorno: il ruolo fondamentale nella vita
dei giovani che con noi devono imparare a conoscere, che con noi devono fare un
percorso di crescita che li renda autonomi e pronti a costruire se stessi e la
propria identità sociale e civile. Mi spiace per quei giovani che incontrano
insegnanti non degni di questo nome ( di cui, purtroppo, la scuola è piena!!!)
e dimentichi della responsabilità che hanno, ma so che anche dalle brutte
esperienze si può partire per crescere ed essere migliore di chi non ha
mantenuto fede all'impegno preso con i suoi studenti e, forse, con se stesso!!
giovedì 27 giugno 2013
Analisi del testo: LA CRISI DI UN'ANIMA NOBILE E IL RAPPORTO CON IL POTERE "ADELCHI"
ADELCHI ATTO V SCENA OTTAVA vv. 338-364
Adelchi Cessa i lamenti, /cessa, o padre, per Dio! Non
era questo/ il tempo di morir? Ma tu, che preso/ vivrai, vissuto nella reggia,
ascolta./ Gran segreto è la vita, e nol comprende/ che l’ora estrema. Ti fu
tolto un regno:/ Deh! Nol piangere; mel credi. Allor che a questa/ ora tu
stesso apprresserai, giocondi/ si schiereranno al tuo pensier dinanzi/ gli anni
in cui re non sarai stato, in cui/ né una lagrima pur notata in cielo/fia
contra te, né il nome tuo saravvi/ con l’imprecar de’ tribolati asceso./ Godi
che re non sei, godi che chiusa/ all’oprar
t’è ogni via: loco a gentile,/ ad innocente opra non v’è: non resta/ che
far torto, o patirlo. Una feroce/ forza possiede, e fa nomarsi/dritto: la man
degli avi insanguinata/seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno/ coltivata col
sangue; e omai la terra altra messe non dà. Reggere iniqui/ dolce non è; tu
l’hai provato: e fosse;/ non dee finir così? Questo felice,/ cui la mia morte fa
più fermo il soglio,/ cui tutto arride, tutto plaude e serve,/questo è un uom
che morrà.
L’ Adelchi, la seconda tragedia di Manzoni, fu pubblicata nel 1822 e
rappresentò un ulteriore approfondimento da parte dell’autore dei problemi
connessi al genere tragico. Per intendere in che modo Manzoni giunse a certe
conclusioni sarà necessario ripercorrere brevemente la sua formazione. Egli fu
profondamente influenzato dalla cultura illuministica, sia negli anni della sua
formazione giovanile nella Milano napoleonica, che pochi anni prima era stata
la capitale dell’Illuminismo italiano, sia nel soggiorno parigino a contatto
con gli ideologi (un gruppo di
intellettuali che si opponevano al regime napoleonico ed erano gli eredi degli
ideali rivoluzionari e del patrimonio di idee dell’Illuminismo, con aperture
nuove di interesse verso la storia che preludono al romanticismo). Le posizioni
liberali, il rigorismo morale di questi intellettuali esercitarono un influsso
determinante nella formazione delle idee politiche , filosofiche, morali e
letterarie del Manzoni. Il contatto con gli ideologi incise anche sulla
conversione religiosa e letteraria di Manzoni, sul suo ritorno alla fede
cattolica e sull’adesione ai principi romantici. Egli fu vicino al movimento
romantico milanese, che cominciò a formarsi a partire dal 1816 e ne seguì
attentamente gli sviluppi, anche se non partecipò vivamente alle polemiche e
declinò l’invito a collaborare al “ Conciliatore”. L’adesione ai principi
romantici si manifesta anche in un interesse per la storia, che prende corpo in
due tragedie storiche. La prima fu il “Conte di Carmagnola” dedicata al
condottiero condannato per tradimento dalla Repubblica di Venezia nel 1400, che
fu iniziata nel 1816 e portata a termine, dopo lunghe interruzioni, nel 1820.
Anche qui Manzoni rifiuta i modelli classicheggianti e si rivolge piuttosto
alle tragedie storiche di Shakespeare, su cui i teorici europei del
Romanticismo avevano puntato il loro interesse. Sulla scorta di tali teorici,
Manzoni ripudia il caposaldo della tragedia classicheggiante: la regola delle
unità. Mentre la tradizione classicistica, ancora seguita da Alfieri e Foscolo
nel loro teatro tragico, prescriveva che l’azione della tragedia non superasse
la durata di ventiquattro ore e si svolgesse tutta nello stesso luogo, senza
cambiamenti di scena, nel Conte di Carmagnola e nell’ Adelchi lunghi intervallo di tempo,
anche anni, separano i vari momenti dell’azione e la scena si sposta di
frequente. La regola delle unità era nata dal gusto classicistico del Rinascimento
italiano e dal principio di imitazione dei classici che ne era il canone
fondamentale. Secondo tale principio, ogni genere letterario doveva seguire
precise regole ed imitare un modello antico. E poiché i grandi tragici greci
usavano abitualmente concentrare l’azione nell’arco di una giornata e mantenere
fissa l’azione, tali caratteristiche furono assunte come regole vincolanti
assolute, valide per ogni tempo ed ogni luogo. L’obbligo delle regole fu poi
rapidamente codificato dai trattatisti letterari del Cinquecento e seguito
scrupolosamente dai poeti. Il principio delle unità fu consacrato
definitivamente dal teatro tragico francese del Seicento e imposto come
intangibile dai capolavori di Corneille e Racine. Furono i romantici tedeschi,
tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800, a rifiutare le regole opponendo ai
classici il modello della tragedia di Shakespeare, che ignora completamente le
unità. Il rifiuto dei romantici nasceva dal principio che il genio poetico deve
creare liberamente, senza costrizione alcuna, come una forza della natura.
Le ragioni per cui Manzoni rifiuta le unità sono molteplici e minuziosamente esposte nella “ Lettre à M. Chauvet”: in generale non si possono dare regole astratte e assolute alla composizione poetica. La forma di un componimento deve risultare dalla natura del soggetto, dal suo svolgimento interiore e non da modelli esterni. Nessuna azione nella vita reale può svilupparsi nell’arco brevissimo di un solo giorno e in un solo luogo: il rispetto delle regole impedisce al poeta di riprodurre gli eventi quali si svolgono nella vita reale degli uomini e soprattutto nella storia, che è la fonte principale della bellezza poetica. La rigida distinzione, poi, di sublime e quotidiano, di tragico e comico esprimeva a livello letterario la rigida divisione della classe aristocratica dominante dalle classi inferiori, e la volontà di difendere il privilegio anche mediante l’imposizione di modelli di gusto. E’ naturale che la borghesia, nella lotta per affermare il proprio dominio in campo politico come in campo culturale, rifiuti anche questa “divisione degli stili” e affermi un gusto più democratico, proclamando il pieno diritto della vita quotidiana ad entrare nella poesia e ad essere rappresentata in tutta la sua importanza e serietà, al limite anche tragicità. Una nota merita anche la nuova funzione del coro: nella tragedia greca il coro era la personificazione dei pensieri che l’azione deve ispirare, una specie di spettatore ideale, che filtra e idealizza liricamente le impressioni provate dal pubblico reale; per Manzoni i cori sono degli squarci lirici che interrompono l’azione drammatica, ai quali l’autore affida l’espressione dei sentimenti e delle considerazioni destategli dall’azione stessa, in modo da salvaguardare l’azione da ogni intromissione soggettiva. In tal modo la tragedia può rispondere a quella poetica del vero, dell’aderenza all’oggettività dei fatti storici che è alla base della concezione manzoniana della letteratura. I cori rispondono anche , in Manzoni, alla funzione morale che la poesia, soprattutto quella drammatica, deve possedere. Il coro permette allo scrittore di intervenire a chiarire il significato dell’azione che si sta svolgendo, a rendere esplicito il messaggio che ad essa è affidato, e che lo spettatore può travisare o non cogliere addirittura. Sulla base di questi principi, Manzoni si accinse ad un’altra tragedia di argomento storico, Adelchi, che rappresenta la fine del dominio longobardo in Italia nell’ VIII e che viene redatta tra il 1820 e il 1822. Per ben comprendere lo svolgimento del pensiero manzoniano fino all’Adelchi va ricordato che Manzoni, legato ancora all’Illuminismo, ha ancora fiducia nella forza riformatrice delle idee e crede che sia necessario mettere ordine nella coscienza degli uomini per fare ordine nella società; un altro abito mentale tipicamente illuministico è la fede nel valore civile ed educativo della letteratura. La conversione “cattolica” e romantica di Manzoni costituisce, poi, un abbandono delle giovanili posizioni di rivolta astratta e aristocratica, di tipo alfieriano e foscoliano, e segna una visione più moderata che tende ad una sostanziale accettazione della realtà storica. Si tratta, però, di un’accettazione condizionata, che deve sempre fare i conti con il pessimismo cristiano dello scrittore, il quale, nonostante ogni proposito progressista, resta convinto che la storia è il prodotto del peccato originale e della “caduta” dell’uomo e quindi non potrà mai essere riscattata dal male mediante una semplice azione umana. Il rifiuto della storia ricompare nella tragedia Adelchi e si esprime attraverso la figura del protagonista e di Ermengarda. Adelchi è un eroe intimamente diviso e contraddittorio, in perenne conflitto con la realtà, condannato a soffrire proprio per la sua nobiltà spirituale che non è adatta alla realtà del mondo. In una variante cattolica incarna il tipo di eroe negativo, sconfitto e infelice caro alla mitologia romantica ed ha le sue radici negli eroi tragici alfieriani, nello Jacopo Ortis di Foscolo e nella stessa immagine di sé come “giusto solitario” che Manzoni costruiva nel giovanile carme In morte di Carlo Imbonati. Nutrito di alti ideali e di sogni eroici, Adelchi è costretto a compiere azioni meschine e inique nell'ambiente in cui vive, dominato dalla legge dell’utile e della forza. Il suo rifiuto della negatività del mondo non si esprime in un gesto clamoroso di rivolta, come avviene in tanti eroi ribelli del Romanticismo, ma si isterilisce nel chiuso della sua interiorità. Ermengarda è l’esatto equivalente femminile del mito proposto da Adelchi: come Adelchi esprime il rifiuto della realtà, del rapporto tra gli esseri umani in campo politico e pubblico, essa esprime il rifiuto della realtà in campo privato, sentimentale e sessuale. Ermengarda è la fanciulla-angelo pura ed infelice cara alla mitologia borghese tra ‘700 e ‘800, che è contaminata dal contatto con il mondo e rifugge da esso verso la sua patria vera che è il cielo. Sebbene Adelchi ed Ermengarda esprimano questo radicale pessimismo e la soluzione estrema della fuga dal mondo, proprio nell’ Adelchi si può individuare in atto quella dialettica tra rifiuto e accettazione della storia. Metricamente il brano presenta endecasillabi sciolti con una misura uguale di endecasillabi a maiore ( vv 27, 28,32,34,38,39,41,42,43,44,45,46,48) e a minore: prevale il ritmo ascendente con una forte predominanza di emistichi giambici. Il pathos e la drammaticità del momento sono messi in rilievo da un periodare spezzato da continui segni di interpunzione, che spesso coincidono con le cesure, e che sembrano quasi suggerire la volontà di Manzoni di dare rilievo all’espressione dolorosa di Adelchi condannato a non poter agire. L’incipit del brano è segnato da un imperativo( cessa) che per anadiplosi, è ripreso nel verso successivo: in Manzoni l’uso dell’imperativo fa sempre riferimento all’intervento costrittivo sulle cose, definisce l’ambito concluso delle possibilità esaurite. Un posto rilevante occupano anche gli aggettivi che, grazie all’inversione o all’enjambement ( 17 in soli 27 versi) si collocano a fine o ad inizio verso: in Manzoni l’aggettivazione è una costante operazione di carattere qualificativo nel senso che intende imprimere una scelta di carattere morale, una definizione di positivo o di negativo senza possibilità di diversa interpretazione. In Manzoni l’aggettivo, fortemente caricato di intenzioni impositive e costrittive, costituisce l’ultimo anello di una stilizzazione tutta rivolta a definire un ambito di discorso interamente calcolato, definito, dove tutto è accaduto per sempre. Adelchi prega suo padre di non pensare alla sua sorte, ma di concentrarsi solo sulla sua condizione di prigioniero: l’allitterazione “ vivrai, vissuto” scandisce splendidamente il passaggio, per Desiderio, dalla vita regale sino ad allora condotta e il futuro da prigioniero che lo attende( si noti che “preso” è posto a chiusura di verso e in enjambement). Le riflessioni che seguiranno saranno caratterizzate da un pessimismo cupo, ma che vuole essere di consolazione al padre: l’emistichio è dominato dall’inversione( gran segreto è la vita) e da un ritmo anapestico e prelude all’affermazione successiva cioè che solo quando si avvicina l’ora della morte si comprende il grande mistero che è la vita. Perdere il regno non deve essere motivo di dolore o di tristezza, perché solo in punto di morte Desiderio capirà che gli anni senza comando saranno stati i più lieti per lui, perché neppure una lacrima, che per causa sua sia stata sparsa, sarà registrata in cielo contro di lui, né il suo nome vi sarà salito con le imprecazioni della gente da lui tormentata. L’iperbato( giocondi…anni) sembra quasi accompagnare la riflessione che Desiderio dovrà fare in punto di morte, mentre gli enjambement legano strettamente tra loro i versi. La ripetizione dell’imperativo “godi” sembra rafforzare la convinzione dello stato di grazia che conoscerà Desiderio lontano dagli affanni del potere, tanto più che non c’è nessuna strada aperta per chi vuole agire, non c’è posto per un’azione nobile o innocente e l’unica soluzione è fare del male o subirlo. La iunctura allitterante(feroce/forza), impreziosita dall’enjambement, conferisce all’aggettivo un rilievo particolare: Manzoni riscatta in termini cattolici il suo eroe “ problematico”, trasformando il tormento dell’aristocratica “anima bella” in una fuga dal mondo verso la pace consolatrice di Dio. Adelchi morente enuncia una visione del mondo radicalmente pessimistica: la storia è dominata dalla violenza e dall’ingiustizia, ed è impossibile agire per contrastare il male senza compiere altro male. Però la condizione del potente, colui che ha maggior peso nella storia, ed è costretto dalla logica della realtà a seminare sofferenze e ingiustizie, è totalmente negativa. Ancora un’inversione per spostare in ultima sede un aggettivo, in un verso dal caratteristico andamento dattilico: la mano “ insanguinata” dei primi Longobardi invasori ha seminato l’ingiustizia e non si può raccogliere un frutto diverso da quello che si è seminato. Quanto all’aggettivo “iniqui” bisogna dire che può essere sia predicativo del soggetto che dell’oggetto: nel primo caso intenderemo” governare ricorrendo alla forza”, come pare più probabile, nel secondo caso “ governare uomini iniqui”. Adelchi sa bene che suo padre comprende, per esperienza, le sue parole e che seppure fosse dolce governare con la forza, tutto dovrebbe finire comunque nella morte. Persino Carlo che fonda sulla sua morte un potere più solido, che in questo momento è ben voluto dalla sorte, osannato e servito da tutti come vincitore, persino lui dovrà morire e non potrà sfuggire il suo destino. Si noti come l’anafora del pronome relativo dà rilievo alla figura di Carlo e crea una dicotomia tra la sua grandezza presente e il destino a cui non può sottrarsi. Se Adelchi rappresenta l’impossibilità di agire nella storia, e proclama le ragioni ideali di questa rinuncia, l’essenza stessa di Carlo è il realismo dell’agire politico, Carlo non ha mai né problemi né esitazioni dinanzi all’agire; è convinto che l’interesse del regno giustifichi ogni azione, anche quelle che provocano sofferenze e ingiustizie, ma soprattutto è convinto di essere il “ campione di Dio”, l’esecutore delle sue volontà sulla terra, e di essere chiamato da Dio stesso alla missione di invadere l’Italia per salvare il Papa. In realtà le parole che rivolge ai suoi soldati, magnificando la preda che li attende in Italia, rivelano come sia spinto essenzialmente dal desiderio di conquista e di potenza. Nonostante questa demistificazione del potere e della forza che si ammantano di ragioni ideali, nell’economia complessiva dell’opera, Carlo non appare come un personaggio negativo. Nel Discorso che accompagna la tragedia, Manzoni osserva che tutti coloro che agiscono nella storia sono inevitabilmente spinti da interessi privati di dominio. Visto che il bene assolutamente non esiste, bisogna adottare un altro criterio per giudicare le azioni politiche: vedere se quelle azioni, perseguendo altri fini, tendano anche ad alleviarle le sofferenze delle masse che ne subiscono le conseguenze, oppure tendano ad aumentarle. Carlo, anche se è colui che ripudia Ermengarda e la condanna a morire di dolore, che distrugge il regno dei Longobardi approfittando cinicamente del tradimento dei duchi, che impone il suo dominio sui Latini sostituendosi ai Longobardi, è pur sempre il grande imperatore con cui camminano la storia e la civiltà, colui che restaurerà l’impero romano chiamandolo “sacro” e piegando il potere politico all’ossequio verso la Chiesa: di qui deriva quel carattere sostanzialmente positivo del personaggio. L’azione politica, anche se non obbedisce a ragioni ideali e disinteressate, ma alla legge del realismo e all’affermazione di potenza, viene accettata e, in una certa misura, riscattata all’interno del disegno provvidenziale visto che ne possono scaturire effetti positivi nel corso della storia. Ne risulta che la storia non è dominata dalla logica feroce della forza e della sopraffazione, come appare dalle parole di Adelchi morente, e che non è impossibile agire politicamente per attenuare il male del mondo. Prescindendo dal protagonista Adelchi, il nucleo centrale della tragedia non è la negazione totale della storia, ma quell’accettazione condizionata che tornerà poi accentuata e approfondita nel romanzo. La tragedia non riesce a soddisfare pienamente Manzoni che anzi non è contento dei suoi personaggi, come per esempio di Adelchi, di cui sottolinea il colore romanzesco, cioè sostanzialmente la falsità. Solo nel romanzo Manzoni concretizzerà a pieno i principi del moderno realismo borghese: si pensi alla profonda serietà con cui sono rappresentate le vicende quotidiane di personaggi delle classi inferiori, alla mancanza di idealizzazione dei protagonisti della vicenda, all’organico collegamento dei personaggi, della loro psicologia, del loro comportamento con il terreno storico del Seicento lombardo. L’Adelchi è più vicino, ideologicamente, ai Promessi sposi di quanto si sia soliti affermare. Con una differenza essenziale: nel romanzo i potenti che agiscono positivamente nella storia sono figure cariche di intenzioni pedagogiche ed esemplari; nell’Adelchi, invece, Manzoni è più sottilmente problematico e riesce a darci con Carlo Magno la figura singolare e complessa di un campione della fede che agisce per poco nobili interessi politici; mentre dall’altro lato un rappresentante della “rea progenie” degli oppressori, Adelchi, diviene il portatore della coscienza critica dinanzi al negativo della storia e della società.
Le ragioni per cui Manzoni rifiuta le unità sono molteplici e minuziosamente esposte nella “ Lettre à M. Chauvet”: in generale non si possono dare regole astratte e assolute alla composizione poetica. La forma di un componimento deve risultare dalla natura del soggetto, dal suo svolgimento interiore e non da modelli esterni. Nessuna azione nella vita reale può svilupparsi nell’arco brevissimo di un solo giorno e in un solo luogo: il rispetto delle regole impedisce al poeta di riprodurre gli eventi quali si svolgono nella vita reale degli uomini e soprattutto nella storia, che è la fonte principale della bellezza poetica. La rigida distinzione, poi, di sublime e quotidiano, di tragico e comico esprimeva a livello letterario la rigida divisione della classe aristocratica dominante dalle classi inferiori, e la volontà di difendere il privilegio anche mediante l’imposizione di modelli di gusto. E’ naturale che la borghesia, nella lotta per affermare il proprio dominio in campo politico come in campo culturale, rifiuti anche questa “divisione degli stili” e affermi un gusto più democratico, proclamando il pieno diritto della vita quotidiana ad entrare nella poesia e ad essere rappresentata in tutta la sua importanza e serietà, al limite anche tragicità. Una nota merita anche la nuova funzione del coro: nella tragedia greca il coro era la personificazione dei pensieri che l’azione deve ispirare, una specie di spettatore ideale, che filtra e idealizza liricamente le impressioni provate dal pubblico reale; per Manzoni i cori sono degli squarci lirici che interrompono l’azione drammatica, ai quali l’autore affida l’espressione dei sentimenti e delle considerazioni destategli dall’azione stessa, in modo da salvaguardare l’azione da ogni intromissione soggettiva. In tal modo la tragedia può rispondere a quella poetica del vero, dell’aderenza all’oggettività dei fatti storici che è alla base della concezione manzoniana della letteratura. I cori rispondono anche , in Manzoni, alla funzione morale che la poesia, soprattutto quella drammatica, deve possedere. Il coro permette allo scrittore di intervenire a chiarire il significato dell’azione che si sta svolgendo, a rendere esplicito il messaggio che ad essa è affidato, e che lo spettatore può travisare o non cogliere addirittura. Sulla base di questi principi, Manzoni si accinse ad un’altra tragedia di argomento storico, Adelchi, che rappresenta la fine del dominio longobardo in Italia nell’ VIII e che viene redatta tra il 1820 e il 1822. Per ben comprendere lo svolgimento del pensiero manzoniano fino all’Adelchi va ricordato che Manzoni, legato ancora all’Illuminismo, ha ancora fiducia nella forza riformatrice delle idee e crede che sia necessario mettere ordine nella coscienza degli uomini per fare ordine nella società; un altro abito mentale tipicamente illuministico è la fede nel valore civile ed educativo della letteratura. La conversione “cattolica” e romantica di Manzoni costituisce, poi, un abbandono delle giovanili posizioni di rivolta astratta e aristocratica, di tipo alfieriano e foscoliano, e segna una visione più moderata che tende ad una sostanziale accettazione della realtà storica. Si tratta, però, di un’accettazione condizionata, che deve sempre fare i conti con il pessimismo cristiano dello scrittore, il quale, nonostante ogni proposito progressista, resta convinto che la storia è il prodotto del peccato originale e della “caduta” dell’uomo e quindi non potrà mai essere riscattata dal male mediante una semplice azione umana. Il rifiuto della storia ricompare nella tragedia Adelchi e si esprime attraverso la figura del protagonista e di Ermengarda. Adelchi è un eroe intimamente diviso e contraddittorio, in perenne conflitto con la realtà, condannato a soffrire proprio per la sua nobiltà spirituale che non è adatta alla realtà del mondo. In una variante cattolica incarna il tipo di eroe negativo, sconfitto e infelice caro alla mitologia romantica ed ha le sue radici negli eroi tragici alfieriani, nello Jacopo Ortis di Foscolo e nella stessa immagine di sé come “giusto solitario” che Manzoni costruiva nel giovanile carme In morte di Carlo Imbonati. Nutrito di alti ideali e di sogni eroici, Adelchi è costretto a compiere azioni meschine e inique nell'ambiente in cui vive, dominato dalla legge dell’utile e della forza. Il suo rifiuto della negatività del mondo non si esprime in un gesto clamoroso di rivolta, come avviene in tanti eroi ribelli del Romanticismo, ma si isterilisce nel chiuso della sua interiorità. Ermengarda è l’esatto equivalente femminile del mito proposto da Adelchi: come Adelchi esprime il rifiuto della realtà, del rapporto tra gli esseri umani in campo politico e pubblico, essa esprime il rifiuto della realtà in campo privato, sentimentale e sessuale. Ermengarda è la fanciulla-angelo pura ed infelice cara alla mitologia borghese tra ‘700 e ‘800, che è contaminata dal contatto con il mondo e rifugge da esso verso la sua patria vera che è il cielo. Sebbene Adelchi ed Ermengarda esprimano questo radicale pessimismo e la soluzione estrema della fuga dal mondo, proprio nell’ Adelchi si può individuare in atto quella dialettica tra rifiuto e accettazione della storia. Metricamente il brano presenta endecasillabi sciolti con una misura uguale di endecasillabi a maiore ( vv 27, 28,32,34,38,39,41,42,43,44,45,46,48) e a minore: prevale il ritmo ascendente con una forte predominanza di emistichi giambici. Il pathos e la drammaticità del momento sono messi in rilievo da un periodare spezzato da continui segni di interpunzione, che spesso coincidono con le cesure, e che sembrano quasi suggerire la volontà di Manzoni di dare rilievo all’espressione dolorosa di Adelchi condannato a non poter agire. L’incipit del brano è segnato da un imperativo( cessa) che per anadiplosi, è ripreso nel verso successivo: in Manzoni l’uso dell’imperativo fa sempre riferimento all’intervento costrittivo sulle cose, definisce l’ambito concluso delle possibilità esaurite. Un posto rilevante occupano anche gli aggettivi che, grazie all’inversione o all’enjambement ( 17 in soli 27 versi) si collocano a fine o ad inizio verso: in Manzoni l’aggettivazione è una costante operazione di carattere qualificativo nel senso che intende imprimere una scelta di carattere morale, una definizione di positivo o di negativo senza possibilità di diversa interpretazione. In Manzoni l’aggettivo, fortemente caricato di intenzioni impositive e costrittive, costituisce l’ultimo anello di una stilizzazione tutta rivolta a definire un ambito di discorso interamente calcolato, definito, dove tutto è accaduto per sempre. Adelchi prega suo padre di non pensare alla sua sorte, ma di concentrarsi solo sulla sua condizione di prigioniero: l’allitterazione “ vivrai, vissuto” scandisce splendidamente il passaggio, per Desiderio, dalla vita regale sino ad allora condotta e il futuro da prigioniero che lo attende( si noti che “preso” è posto a chiusura di verso e in enjambement). Le riflessioni che seguiranno saranno caratterizzate da un pessimismo cupo, ma che vuole essere di consolazione al padre: l’emistichio è dominato dall’inversione( gran segreto è la vita) e da un ritmo anapestico e prelude all’affermazione successiva cioè che solo quando si avvicina l’ora della morte si comprende il grande mistero che è la vita. Perdere il regno non deve essere motivo di dolore o di tristezza, perché solo in punto di morte Desiderio capirà che gli anni senza comando saranno stati i più lieti per lui, perché neppure una lacrima, che per causa sua sia stata sparsa, sarà registrata in cielo contro di lui, né il suo nome vi sarà salito con le imprecazioni della gente da lui tormentata. L’iperbato( giocondi…anni) sembra quasi accompagnare la riflessione che Desiderio dovrà fare in punto di morte, mentre gli enjambement legano strettamente tra loro i versi. La ripetizione dell’imperativo “godi” sembra rafforzare la convinzione dello stato di grazia che conoscerà Desiderio lontano dagli affanni del potere, tanto più che non c’è nessuna strada aperta per chi vuole agire, non c’è posto per un’azione nobile o innocente e l’unica soluzione è fare del male o subirlo. La iunctura allitterante(feroce/forza), impreziosita dall’enjambement, conferisce all’aggettivo un rilievo particolare: Manzoni riscatta in termini cattolici il suo eroe “ problematico”, trasformando il tormento dell’aristocratica “anima bella” in una fuga dal mondo verso la pace consolatrice di Dio. Adelchi morente enuncia una visione del mondo radicalmente pessimistica: la storia è dominata dalla violenza e dall’ingiustizia, ed è impossibile agire per contrastare il male senza compiere altro male. Però la condizione del potente, colui che ha maggior peso nella storia, ed è costretto dalla logica della realtà a seminare sofferenze e ingiustizie, è totalmente negativa. Ancora un’inversione per spostare in ultima sede un aggettivo, in un verso dal caratteristico andamento dattilico: la mano “ insanguinata” dei primi Longobardi invasori ha seminato l’ingiustizia e non si può raccogliere un frutto diverso da quello che si è seminato. Quanto all’aggettivo “iniqui” bisogna dire che può essere sia predicativo del soggetto che dell’oggetto: nel primo caso intenderemo” governare ricorrendo alla forza”, come pare più probabile, nel secondo caso “ governare uomini iniqui”. Adelchi sa bene che suo padre comprende, per esperienza, le sue parole e che seppure fosse dolce governare con la forza, tutto dovrebbe finire comunque nella morte. Persino Carlo che fonda sulla sua morte un potere più solido, che in questo momento è ben voluto dalla sorte, osannato e servito da tutti come vincitore, persino lui dovrà morire e non potrà sfuggire il suo destino. Si noti come l’anafora del pronome relativo dà rilievo alla figura di Carlo e crea una dicotomia tra la sua grandezza presente e il destino a cui non può sottrarsi. Se Adelchi rappresenta l’impossibilità di agire nella storia, e proclama le ragioni ideali di questa rinuncia, l’essenza stessa di Carlo è il realismo dell’agire politico, Carlo non ha mai né problemi né esitazioni dinanzi all’agire; è convinto che l’interesse del regno giustifichi ogni azione, anche quelle che provocano sofferenze e ingiustizie, ma soprattutto è convinto di essere il “ campione di Dio”, l’esecutore delle sue volontà sulla terra, e di essere chiamato da Dio stesso alla missione di invadere l’Italia per salvare il Papa. In realtà le parole che rivolge ai suoi soldati, magnificando la preda che li attende in Italia, rivelano come sia spinto essenzialmente dal desiderio di conquista e di potenza. Nonostante questa demistificazione del potere e della forza che si ammantano di ragioni ideali, nell’economia complessiva dell’opera, Carlo non appare come un personaggio negativo. Nel Discorso che accompagna la tragedia, Manzoni osserva che tutti coloro che agiscono nella storia sono inevitabilmente spinti da interessi privati di dominio. Visto che il bene assolutamente non esiste, bisogna adottare un altro criterio per giudicare le azioni politiche: vedere se quelle azioni, perseguendo altri fini, tendano anche ad alleviarle le sofferenze delle masse che ne subiscono le conseguenze, oppure tendano ad aumentarle. Carlo, anche se è colui che ripudia Ermengarda e la condanna a morire di dolore, che distrugge il regno dei Longobardi approfittando cinicamente del tradimento dei duchi, che impone il suo dominio sui Latini sostituendosi ai Longobardi, è pur sempre il grande imperatore con cui camminano la storia e la civiltà, colui che restaurerà l’impero romano chiamandolo “sacro” e piegando il potere politico all’ossequio verso la Chiesa: di qui deriva quel carattere sostanzialmente positivo del personaggio. L’azione politica, anche se non obbedisce a ragioni ideali e disinteressate, ma alla legge del realismo e all’affermazione di potenza, viene accettata e, in una certa misura, riscattata all’interno del disegno provvidenziale visto che ne possono scaturire effetti positivi nel corso della storia. Ne risulta che la storia non è dominata dalla logica feroce della forza e della sopraffazione, come appare dalle parole di Adelchi morente, e che non è impossibile agire politicamente per attenuare il male del mondo. Prescindendo dal protagonista Adelchi, il nucleo centrale della tragedia non è la negazione totale della storia, ma quell’accettazione condizionata che tornerà poi accentuata e approfondita nel romanzo. La tragedia non riesce a soddisfare pienamente Manzoni che anzi non è contento dei suoi personaggi, come per esempio di Adelchi, di cui sottolinea il colore romanzesco, cioè sostanzialmente la falsità. Solo nel romanzo Manzoni concretizzerà a pieno i principi del moderno realismo borghese: si pensi alla profonda serietà con cui sono rappresentate le vicende quotidiane di personaggi delle classi inferiori, alla mancanza di idealizzazione dei protagonisti della vicenda, all’organico collegamento dei personaggi, della loro psicologia, del loro comportamento con il terreno storico del Seicento lombardo. L’Adelchi è più vicino, ideologicamente, ai Promessi sposi di quanto si sia soliti affermare. Con una differenza essenziale: nel romanzo i potenti che agiscono positivamente nella storia sono figure cariche di intenzioni pedagogiche ed esemplari; nell’Adelchi, invece, Manzoni è più sottilmente problematico e riesce a darci con Carlo Magno la figura singolare e complessa di un campione della fede che agisce per poco nobili interessi politici; mentre dall’altro lato un rappresentante della “rea progenie” degli oppressori, Adelchi, diviene il portatore della coscienza critica dinanzi al negativo della storia e della società.
lunedì 24 giugno 2013
" L'ARTE DI ASCOLTARE I BATTITI DEL CUORE" e " GLI ACCORDI DEL CUORE" due libri da non perdere
" I nostri sensi amano ingannarci, e gli occhi sono i più ingannevoli di tutti. Ci inducono ad avere troppa fiducia in loro. Crediamo di vedere quello che c'è intorno, ma quello che percepiamo è solo la superficie. Dobbiamo imparare a comprendere l'essenza delle cose, la loro sostanza, e per fare questo gli occhi ci sono più di impedimento che altro. Ci inducono a distrarci, e noi ci lasciamo abbagliare. Chi si fida troppo dei propri occhi trascura gli altri sensi, e non intendo solo le orecchie o il naso. Parlo di quell'organo che è dentro di noi e per il quale non c'è un nome. Chiamiamolo la bussola del cuore."
“L’arte di ascoltare i battiti del cuore” è un romanzo avvincente, costruito con notevole maestria attraverso un intreccio che non annoia mai il lettore, ma lo trasporta, facendogli persino perdere il fiato, in un groviglio di emozioni e di sensazioni di una forza devastante. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato in attesa di comprenderne il punto d’arrivo e la fine. La notevolissima capacità dello scrittore sta tutta in questo eccezionale modo di intrecciare storie, nomi, personaggi non sempre chiaramente legati tra di loro per poi ricomporre il complicato puzzle solo nelle ultime pagine. Il finale è del tutto inatteso, a sorpresa, spiazzante, ma emozionante, delicato e di una tenerezza che scalda il cuore fino alle lacrime. Una lezione d’amore come pochi saprebbero dare, una storia che coccola il nostro cuore e ci fa scoprire il senso ultimo e profondo di un sentimento che, quando è vero, valica i confini dell’immediato, oltrepassa tutto ciò che è materia o contatto per farsi spirito che arde e si alimenta di se stesso. Una storia d’amore tra due persone che la vita separa, ma che continueranno, pur senza vedersi e parlarsi, a nutrire quella fiamma sottile che non ha mai smesso di ardere nel loro cuore. Una storia che ci ricorda che l’amore è un sentimento puro, che ha bisogno di cura e di tempo per palesarsi e per vivere per sempre. In una Birmania dai ritmi così diversi, così dannatamente lenti rispetto ad un Occidente frenetico e che ha perso il gusto e il senso profondo del tempo, il lettore viene condotto in una società fatta di piccole cose, di pregiudizi, di discriminazioni, di odori che quasi si sentono, di profumi che diventano parte della storia e di un uomo con una dote fuori dal comune: saper ascoltare i battiti del cuore di ogni essere vivente e della sua donna. Una qualità che può appartenere solo a chi ha veramente compreso il valore del tempo e, soprattutto, dell’esistenza non monetizzandola, ma rintracciandone il segreto più puro e più profondo.
"Ci sono momenti che una persona non dimentica più per il resto della vita. Che si imprimono nell'anima, lasciano cicatrici invisibili su una pelle invisibile. E se in seguito le si tocca, il corpo freme di dolore fin nei pori"
“Gli accordi del cuore” è un romanzo che rappresenta un viaggio alla scoperta di se stessi, un viaggio per ritrovare quella pace del cuore che ciascuno sente di dover cercare, a cui non possiamo rinunciare, sebbene frenati dai mille impegni e dalle mille preoccupazioni di ogni giorno che sovente ci allontanano da noi stessi e ci riducono ad automi che non riescono più neppure a capire che cosa vogliono o che cosa sentono. Ancora l’amore al centro della vicenda, l’amore come forza motrice dell’universo e della vita stessa (Novalis diceva...” l’Amore è l’amen dell’Universo”), l’amore come elemento irrinunciabile per essere felici. Nel romanzo si legge: “ …Da quante persone dobbiamo essere amati per essere felici? Due? Cinque? Dieci? O soltanto da una? Quell'una che ci apre gli occhi. Che ci toglie la paura. Che dà senso al nostro essere…”. La ricerca di amore, una ricerca della felicità che passa attraverso quelle domande che ciascuno di noi si pone nell'arco della propria vita, le cui risposte diventano l’essenza della vita stessa, la scoperta dei propri bisogni e il raggiungimento della pace del cuore. Il romanzo ci spinge dolcemente a riflettere sull'inutilità di una vita senza amore, senza donarsi agli altri, ad acquisire la consapevolezza che un' esistenza scandita da un cuore “scordato”, che non sa più suonare la melodia giusta, ma che percepisce il disagio del suo battito è priva di valore. Un viaggio che il lettore, insieme a Julia, la protagonista, compie cercando la propria anima e il senso profondo della propria vita, un viaggio per comprendere non solo che non siamo fatti per stare da soli, ma che solo nell'amore realizziamo l’essenza vera e profonda della natura umana: compiamo il nostro destino donandoci agli altri, amando incondizionatamente fino al dono supremo della vita stessa, per proteggere coloro che amiamo. Un inno all'amore, alla vita, alla capacità di fare scelte che ci consentano di riempire il nostro cuore e “accordarlo”, affinché il suo battito ci accompagni e segni la nostra strada, affinché il suo battito si muova al ritmo dell’universo. La protagonista, attraverso una storia che, come è solito fare Sendker, si snoda in un groviglio che crea attesa, angoscia, dolore e amarezza nel lettore, arriva a trovare se stessa e la sua felicità imparando che pure un’anima dannata o con un karma negativo può, attraverso questa forza misteriosa e di incommensurabile potenza, liberarsi dal dolore e dalla condanna all'infelicità e riscattarsi in pienezza. L’amore, in tutte le sue coniugazioni, è l’unico vero motore dell’universo ed è l’unica forza in grado di assicurarci la felicità, che sta tutta nel donarsi agli altri e nel provare amore incondizionato, amore che nulla si aspetta di ricevere in cambio, ma generoso e che si compie nella totale gratuità. Sullo sfondo ancora la Birmania con la sua lentezza, con la sua cultura, con la fede in Buddha, con le sue paure e superstizioni, con le sue violenze, ma con il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità, pur nella povertà, e con il diktat che la propria felicità si costruisce insieme a quella degli altri. La storia di Julia si interseca con quella di una madre che non sa amare i suoi figli in egual modo e che ne condanna uno a convivere con il senso dell’ abbandono e del rifiuto, sebbene si legga nel romanzo: "...la verità del singolo risiede nella sua anima, e tale verità non è immutabile, ma può cambiare. Ogni essere umano è libero e nessuno può ferirci, salvarci o cambiarci tranne noi stessi". Ancora una storia di speranza e di ricerca appagata attraverso il superamento delle proprie paure e dei propri dolori: solo liberandosi da ciò che ci ha ferito o ci ha fatto soffrire possiamo vivere in pienezza la nostra vita e solo l’amore può restituirci alla felicità. Non c’è nulla che valga per sempre, non ci sono storie già scritte e che non si possono cambiare, ma c’è sempre la possibilità di riscattare un’esistenza grigia e senza senso, se solo abbiamo il coraggio di affrontare i nostri demoni, di compiere un percorso di conoscenza del dolore, senza fuggire, per poi essere finalmente liberi e con il cuore pronto a ricominciare.
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