Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post

sabato 9 novembre 2024

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.(Art 21 Costituzione)

 La nostra Costituzione vede la luce dopo un momento storico drammatico e fa tesoro della negazione di tutti i diritti umani calpestati e vilipesi, di tutta la violenza che ha dominato per un ventennio il nostro paese( e non solo), di tutto il peso di un'ideologia che ha devastato le cose e le persone. I principi fondamentali della Carta Costituzionale fissano diritti inalienabili, diritti per i quali molti hanno combattuto fino a perdere la vita. Che cosa è successo da quel 1 gennaio del 1948? Quando abbiamo perso di vista il valore pregnante di quelle parole che suonavano come un monito?

“Manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola” non è da leggere come l’autorizzazione ad offendere, attaccare, umiliare, sopraffare chiunque non condivida il nostro punto di vista o, peggio, ne abbia uno diametralmente opposto. I Padri Costituenti hanno voluto riaffermare, dopo l’assordante silenzio in cui il nostro paese era stato condannato, il diritto di esprimersi, il diritto di obiettare, il diritto di dissentire e disobbedire senza pagare con la vita le proprie idee. Qual è il punto? L’inconcepibile violenza verbale, mascherata da libertà di opinione, è il frutto di una totale e nefasta assenza di contenuti. La prevaricazione, anche solo verbale, rappresenta l’unico mezzo per imporre il proprio pensiero o, peggio, per ottenere il facile consenso che gli urlatori seriali, spesso ignoranti e privi di contenuti, desiderano fortemente. Quell’articolo voleva affermare un concetto semplice e fondamentale: la società civile e la politica devono nutrirsi di un confronto serio e continuo, non esiste un solo pensiero giusto, ma ciascuno deve partecipare al dialogo politico portando il suo contributo di idee e conoscenze. Ecco segnato il labile confine, ormai del tutto cancellato: libertà di parola si traduce in un attacco indiscriminato e irrefrenabile verso chiunque non condivida il nostro pensiero o la nostra ideologia o il nostro orientamento religioso o sessuale, verso chiunque percepiamo diverso da noi. E allora tutti contro il compagno troppo grasso, troppo magro, troppo alto, troppo studioso, troppo amabile, gay o trans, troppo brillante rispetto a noi. Tutti contro il collega più in difficoltà, tutti contro il capo( fa molto rivoluzionari), tutti contro uno anche fra gli adulti. E giù insulti, frasi taglienti come spade, parole usate per ferire deliberatamente, per fare del male fino ad uccidere.

E neppure il dibattito politico è scevro da questa involuzione! Non si discute di programmi, non si affrontano problemi, ma si urla, si attacca l’avversario politico, meglio se sul personale, si urla ammettendo un solo punto di vista giusto: il proprio. E allora l’ideologia diventa l’alibi più meschino per nascondere la volontà di ritornare ad un unico pensiero prevalente, come se la storia non ci avesse insegnato nulla. Non si ribatte con dei contenuti seri e con idee supportate da fatti, si ribatte e basta sventolando spettri come il fascismo mentre se ne assumono tutti i comportamenti deplorevoli.

Il confronto pacato e responsabile presuppone contenuti, valori da difendere e di cui farsi paladini, idee che affondano le radici nello studio e nella ricerca. Non la ricerca su un qualsiasi motore di ricerca, ma la lettura attenta delle fonti e l’analisi di tutto ciò che è stato scritto sull’argomento. Leggere una tendenziosa sintesi di una norma o di libro o di un saggio non basta. E invece si. Si millanta una conoscenza che si rivela insufficiente e che inesorabilmente trascina verso l’aggressione verbale. Quante volte ho avuto di fronte tuttologi dell’ultimo minuto che si riferivano a norme apprese attraverso tendenziose letture preconfezionate per gli ignoranti!

Abbiamo disimparato a ponderare il peso delle parole, mirabile strumento per dare senso ai pensieri, alle conoscenze, ai sentimenti, ai sogni, ai principi e ai valori. Siamo spinti dallo scontro a tutti i costi anche quando siamo chiamati ad educare, anche quando il nostro ruolo ci affida lo sviluppo del pensiero critico dei giovani che ci vengono affidati.

Il rispetto dell’avversario è stato annientato dal bisogno irrefrenabile di affermare un ego troppo spesso ipertrofico, di dimostrare che sappiamo tener testa a chi comanda. Dov’è finito l’esempio di Gesù Cristo, di Martin Luther King o di Ghandi che hanno portato avanti una vera rivoluzione culturale senza strillare, senza offendere, senza distruggere e senza colpire il proprio avversario?

In nome di una imbarazzante, falsa e ipocrita uguaglianza abbiamo derogato al requisito fondamentale : chi parla deve avere qualcosa da dire che poggia su solide conoscenze, deve sentire la responsabilità dell’effetto che generano le parole, soprattutto se riveste il ruolo di politico, educatore o ha un peso sociale rilevante, senza dimenticare di essere un modello, meglio se positivo.

La libertà di parola deve essere esercitata all’interno di una cornice valoriale imprescindibile che vede nell’antagonista non il nemico da distruggere, offendere o annientare, ma un interlocutore alla pari da rispettare sempre e comunque. Esprimersi senza offendere, pesare le parole deve essere un imperativo categorico, deve essere l’unica modalità di confronto. Il resto è spettacolo, è ricerca di consenso tra quella parte priva di contenuti che veste i panni del rivoluzionario per moda.

Guardo con orrore a questo abuso della libertà di opinione di chi vuole, a tutti i costi, creare un clima sociale conflittuale in cui la pluralità di vedute non è più considerata un valore. Mi preoccupa la strumentalizzazione continua dei giovani e la volontà di catechizzare piuttosto che educare allo studio e alla ricerca. E mentre con slogan ad effetto si ribadisce il diritto di ciascuno di affermare la propria persona, le proprie inclinazioni, mentre si continua  a lottare perché la diversità sia riconosciuta quale valore e ricchezza, ci si abbandona all’offesa e alla demolizione di chiunque non la pensi come noi. La diversità è sempre e soltanto una ricchezza da difendere e coltivare, non può essere una bandiera da sventolare  occasionalmente o al bisogno. Eppure non riesco a rassegnarmi a questo clima di violenza e di scontro continuo. Eppure voglio continuare a credere che tra persone perbene il confronto sia possibile nel rispetto dell’altro. Eppure voglio credere che solo l’individualismo bieco e senza scrupoli alimenti una conflittualità che trovo, francamente, inutile e distruttiva.

 

 

mercoledì 30 ottobre 2024

Bullismo-Discussione

E mentre si discute sul comportamento incommentabile tenuto da alcuni studenti durante la proiezione del film "Andrea oltre i pantaloni rosa" non posso non fare alcune considerazioni.....sugli adulti. Leggo di genitori che si oppongono alla visione del film per i contenuti non adatti ad adolescenti e giovani. Mi chiedo: avete mai guardato le chat dei vostri figli? Avete mai avuto modo di controllare quali contenuti si scambiano? Temo di no. Ed è proprio questo il punto. Pretendiamo di educare i giovani al rispetto, ma noi adulti abbiamo perso il senso della misura da un pezzo! Abbiamo, ormai da tempo, confuso la libertà di pensiero e di parola con l'attacco pretestuoso e gratuito, spesso livido e irriguardoso, verso chi pensa in modo diverso da noi. Ci sono solo alcune idee giuste: le nostre! Abbiamo noi per primi perso il senso del dialogo e del rispetto del nostro interlocutore. Sappiamo urlare, aggredire verbalmente con tanto di turpiloquio chi non è d'accordo, chi si discosta dai nostri modelli o dalla nostra ideologia. Abbiamo perso il rispetto dei ruoli in nome di una falsa uguaglianza, dimenticando che ciascuno deve fare la sua parte e che è facile dare la croce a chi ha compiti diversi, talvolta superiori, ai nostri. Nascondiamo dietro l'ideologia la nostra meschinità e la nostra frustrazione per non aver raggiunto obiettivi professionali o semplicemente perché insoddisfatti della nostra vita. Come possiamo, mi chiedo, educare i nostri ragazzi? Come possiamo parlare di bullismo quando spesso, troppo spesso, tutti contro uno è un modus operandi proprio degli adulti? Come possiamo superare gli stereotipi di genere se per primi li abbiamo interiorizzati e ne siamo soggiogati? Siamo i primi a deresponsabilizzarci se i nostri figli non sono adeguati...colpa della società, della scuola, delle cattive amicizie, ma mai la nostra. Mi pare che per giustificare la nostra assenza cerchiamo di apparire buoni genitori e di proteggerli oltre ogni ragionevole difesa. Ormai impera la tuttologia che vanta un numero esorbitante di laureati. Tutti medici, tutti sociologi, tutti professori, tutti dirigenti, tutti psicologi e tutti opinionisti. Tutti pronti a dare consigli, non richiesti, a chi deve fare. Perché sono sempre gli altri che devono fare e non fanno. Abbiamo svuotato la conoscenza di significato in nome di una finta ideologica uguaglianza.La rete non è il vangelo. La rete non genera sapere, ma solo mostri pieni di arroganza e supponenza. La rete che intrappola, che distrugge le vite di giovani corrosi dalla cattiveria, dall'anaffettività di chi, dietro uno schermo, protetto dall'anonimato, distrugge le anime fragili o, come spesso si dice, "troppo sensibili". Come se la sensibilità fosse una terribile condizione esistenziale da "guarire". Forse dovremmo ripartire da noi per salvare i nostri giovani dal cinismo, dalla totale perdita di consapevolezza dell'altro oltre il sè. Forse dovremmo riacquistare il perduto senso di civiltà e di rispetto. Forse non sono i giovani il problema. Forse è arrivato il momento di ripristinare l'educazione, il garbo, la gentilezza. Forse dobbiamo smettere di urlare sempre convinti di essere nel giusto e ricominciare ad ascoltare senza giudicare. Spero che questa sfida ci trovi pronti e determinati, voglio illudermi che è ancora possibile una società veramente civile.

domenica 3 aprile 2016

IL BULLISMO NELLA SCUOLA DI OGGI




DEFINIZIONE DEL FENOMENO

Con la crisi di valori che le società stanno vivendo, i diritti dei minori sono negati e tale condizione è emarginata. Il bambino, fin dai primi giorni di vita, attraverso l’imposizione dei modelli di comportamento e degli schemi educativi , può subire, all’interno dell’ambiente familiare, forme di “micro-violenza”, ovverosia un insieme di atteggiamenti, assunti “per il suo bene”, ma che , alla fine, si trasformano in atti di “macro-violenza”. L’Osservatorio nazionale per l’infanzia definisce il bullismo “una prepotenza di qualunque genere perpetrata da uno o più ragazzi nei confronti di altri ragazzi”. Dunque il bullismo non è che la traduzione, negli ambienti dedicati all’infanzia e all’adolescenza, di ciò che accade nella società ma con una variabile importantissima: le vittime non sanno difendersi e i “ carnefici”, in quanto minori, godono di ampie garanzie di impunità.
■  Il bullismo è un fenomeno che ormai coinvolge la scuola, la famiglia e la società intera e che non si limita ad episodi di angheria e sopruso tra ragazzi, ma si può estendere anche alle attenzioni sessuali verso un insegnante video ripreso in classe o l’aggressione di un genitore ai danni del preside di una scuola. Il bullismo è un tipo di comportamento aggressivo particolarmente insidioso e pervasivo che si basa sull’intenzione ostile di uno o più ragazzi, sulla ripetitività nel tempo dell’azione persecutoria e sulla debolezza della vittima che difficilmente riesce a difendersi. La motivazione del bullismo non è quella di reagire in modo violento ad una situazione di provocazione o di ottenere dei vantaggi materiali mediante un attacco diretto ad un compagno; la motivazione ultima è di tipo relazionale, ed è quella di affermare il potere di uno sull’altro nell’ambito della propria rete sociale di riferimento. Le  caratteristiche distintive del fenomeno possono essere così riassunte:
■  intenzionalità, cioè il fatto che il bullo mette in atto premeditatamente dei comportamenti aggressivi con lo scopo di offendere l’altro o di arrecargli danno; è questo un aspetto rilevante, sebbene non sempre tutti i ragazzi abbiano piena consapevolezza di cosa stanno facendo;
■  persistenza: sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, l’interazione bullo-vittima è caratterizzata dalla ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo;
■  asimmetria di potere: si tratta di una relazione fondata sul disequilibrio e sulla disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce, che spesso è più forte o sostenuto da un gruppo di compagni, e la vittima che non è in grado di difendersi;
■  natura sociale del fenomeno: come testimoniato da molti studi, l’episodio avviene frequentemente alla presenza di altri compagni, spettatori o complici, che possono assume-re un ruolo di rinforzo del comportamento del bullo o semplicemente sostenere e legittimare il suo operato.
Il fenomeno presenta quindi una forte complessità, sia a livello di definizione che di dinamica reale degli eventi, poiché non include azioni negative occasionali fatte per scherzo o per un impeto di rabbia, ma viene usato come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, osservatore, sostenitore del bullo, difensore della vittima). Il fenomeno del bullismo, anche se con altre modalità, è stato da sempre un tratto saliente della vita sociale dei giovani e degli adolescenti. Ne sono una testimonianza i romanzi e i racconti in cui questo fenomeno viene narrato e descritto. Lo scrittore di fine secolo Edmondo De Amicis, nel lontano 1886, descrive il bullo Franti nel suo libro “Cuore”:” E’ malvagio. Quando viene un padre a scuola a fare una partaccia al figliolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride…Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su questa fronte bassa, in quegli occhi torbidi che tiene quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ride quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcuno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rosse, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse”. Non è tanto la pervasività del fenomeno che ci deve preoccupare, ma la gravità e la violenza con cui a volte si manifesta in una fetta più ristretta della popolazione. Le prepotenze possono essere dirette e indirette: le prime sono manifestazioni più aperte, visibili, di prevaricazione nei confronti della vittima e possono essere sia di tipo fisico(colpi, pugni, calci) sia di tipo verbale(minacce, offese). Le prepotenze indirette, invece, sono più nascoste, sottili e, per questo, spesso più difficilmente rilevabili; gli esempi più frequenti sono l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie sui compagni. Differenziare questi due tipi di prepotenza permette di rendere conto delle differenze legate alla variabile sesso, poiché, mentre nei maschi sembrano prevalere le prepotenze di tipo diretto, soprattutto quelle fisiche, sono le femmine a mettere in atto più spesso quelle di tipo  indiretto. La nuova frontiera del bullismo è certamente il cyberbullismo, una forma di prevaricazione che si basa sull’uso di internet o del telefonino per fare prepotenze ad un compagno. Questo fenomeno prevede l’invio di sms, e-mail o la creazione di siti internet che si configurano come minaccia o calunnia ai danni della vittima, e la diffusione di immagini e filmati compromettenti tramite internet. In età adolescenziale il bullismo si lega in modo rilevante con sintomi di malessere psicologico, con comportamenti devianti e antisociali e con uso di alcol e di sostanze psicoattive. Diventa uno degli indicatori del disagio in adolescenza. Nella scuola primaria la stragrande maggioranza degli studenti dichiara che le prepotenze avvengono nelle aule e più raramente nel cortile, nei corridoi o nei bagni della scuola. In genere i bulli appartengono alla stessa classe delle vittime o a classi superiori, e le vittime dichiarano che a molestarli sono soprattutto un singolo ragazzo o un gruppo di ragazzi o anche, ma meno frequente, un gruppo misto di ragazze e ragazzi. Nel caso delle scuole superiori il bullismo si allarga alla sfera extra scolastica ed emerge una quota significativa di problemi che avvengono sui mezzi di trasporto(19,8%), per strada(34,6%) e nelle compagnie del tempo libero(37,5%). Inoltre, in una parte dei casi, si evidenziano prepotenze di ragazzi più grandi contro più piccoli.  La dominanza del bullo sembra essere rafforzata dall’attenzione e dal supporto dei sostenitori, dall’allineamento degli aiutanti, dalla deferenza di coloro che hanno paura e dalla mancanza di opposizione della maggioranza silenziosa. Il bullismo, cioè, è un fenomeno che si fonda sulla motivazione alla dominanza del bullo, sulla fragilità della vittima, ma anche sulla deferenza degli spettatori che spesso temono ritorsioni e non fanno nulla per fermare le prepotenze, inoltre coinvolge frequentemente la classe o il gruppo nel suo insieme. Quali i fattori? Tra i fattori legati al contesto di vita del soggetto, possiamo rintracciare la classe sociale e la famiglia di provenienza. Ciò che sembra influire sull’ampiezza del fenomeno non è tanto la classe sociale di appartenenza, quanto l’ambiente, il quartiere e la zona della città in cui i ragazzi vivono: ossia, la cultura di riferimento. In relazione alla famiglia molto si è indagato, in particolar modo sul rapporto tra clima educativo creato dai genitori, e problemi di bullismo e vittimizzazione. Nel caso del bullismo si è trovata una relazione sia con un’educazione permissiva, sia con un’eccessiva severità, autoritarismo e coercizione. Per la vittima una delle problematiche più rilevanti è costituita dagli atteggiamenti iperprotettivi dei genitori e da un nucleo familiare troppo coeso. Coloro che sono vittime o bulli a casa hanno una maggiore probabilità di mantenere lo stesso ruolo anche nel contesto scolastico. Anche l’insegnante ha un ruolo importante: studi recenti dimostrano come una relazione cattiva con l’insegnante improntata a insoddisfazione e percezione di non accettazione si correla con una maggiore incidenza del bullismo nelle classi. Si è tentato di tracciare un identikit del bullo che presenta alcune caratteristiche ricorrenti come aggressività generalizzata, impulsività, irrequietezza, scarsa empatia, atteggiamento positivo verso la violenza che sembrano essere le radici del comportamento prepotente e per converso nell’insicurezza, nella scarsa autostima, quelle del comportamento della vittima. La scuola è il luogo in cui gli atti di bullismo si manifestano con maggiore frequenza, soprattutto durante i momenti di ricreazione e nell’uscita da scuola. Proprio a causa di ciò le vittime dei bulli spesso rifiutano di andare a scuola. Rimproverati continuamente di “attirare” le prepotenze dei loro compagni, perdono sicurezza e autostima. Questo disagio può influire sulla loro concentrazione e sul loro apprendimento. Spesso ragazzi con sintomi di stress, mal di stomaco e mal di testa, incubi o attacchi di ansia, o che marinano la scuola o, peggio ancora, hanno il timore di lasciare la sicurezza della propria casa, sono le vittime prescelte dal bullo. In genere le vittime sono più deboli fisicamente della media dei ragazzi. Anche l’aspetto fisico può giocare un ruolo nella designazione della vittima, anche se non è determinante. Le vittime sono, per lo più, soggetti sensibili e calmi, anche se al contempo sono ansiosi e insicuri. Talvolta soffrono anche di scarsa autostima ed hanno un’opinione negativa di sé e della propria situazione. La caratteristica più evidente del comportamento da bullo è chiaramente quella dell’aggressività rivolta verso i compagni, ma  molto spesso anche verso i genitori e gli insegnanti. I bulli hanno un forte bisogno di dominare gli altri e si dimostrano spesso impulsivi. Vantano spesso la loro superiorità, vera o presunta, si arrabbiano facilmente e presentano una bassa tolleranza alla frustrazione. Manifestano grosse difficoltà nel rispettare le regole e nel tollerare le contrarietà e i ritardi. L’atteggiamento aggressivo prevaricatore di questi giovani sembra essere correlato con una maggiore possibilità, nelle età successive, ad essere coinvolti in altri comportamenti problematici, quali la criminalità o l’abuso da alcol o da sostanze. All’interno del gruppo vi possono essere i cosiddetti bulli passivi, ovvero i seguaci o sobillatori che non partecipano attivamente agli episodi di bullismo. E’ frequente che questi ragazzi provengano da condizioni familiari educativamente inadeguate, il che potrebbe provocare un certo grado di ostilità verso l’ambiente. Le vittime presentano sin dall’infanzia un atteggiamento prudente e una forte sensibilità. Un atteggiamento negativo di fondo, caratterizzato da mancanza di calore e di coinvolgimento, da parte delle persone che si prendono cura del bambino in tenera età, è un ulteriore fattore importante nello sviluppo di modalità aggressive nella relazione con gli altri. Il fenomeno, tuttavia, è da inserire in un reticolo di fattori concatenati tra loro. Gli stili educativi rappresentano un fattore cruciale per lo sviluppo o meno delle condotte inadeguate. E’ interessante sottolineare come il grado di istruzione dei genitori, il livello socio-economico non sembrano essere correlate con le condotte aggressive dei figli.

QUALI LE STRATEGIE POSSIBILI PER LA SCUOLA

L’Istituzione scolastica ha un ruolo fondamentale, in quanto istituzione sistematica e intenzionale, nel favorire la crescita civile e culturale per una piena valorizzazione della persona. Il sistema di istruzione e formazione in Italia, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha subito profondi cambiamenti che ne hanno modificato l’organizzazione, la struttura, la mission e la vision. Il trattato di Maastricht del 1992 ha segnato l’inizio di un percorso che , mentre avviava l’unificazione economica e monetaria dei paesi europei, assegnava proprio alla scuola il ruolo centrale per la riqualificazione del sistema economico, considerando i sistemi scolastici dei singoli Stati fattori determinanti del rinnovamento. L’Italia non si sottrae al cambiamento e, gradualmente, trasforma un’organizzazione burocratizzata e gerarchica in un sistema che promuove la cultura del risultato e diventa serviente con un protagonista, lo studente, non più passivo ma coattore del sistema scolastico. La scuola, da sempre sistema rigido e particolarmente chiuso ai grandi sconvolgimenti, non si è potuta sottrarre a questa rivoluzione e, sollecitata anche dalle neuroscienze che hanno posto l’attenzione sul dato che non è più possibile pensare ad un apprendimento di tipo lineare, ma che ogni individuo è dotato di una sua peculiare e specifica intelligenza e che ciascuno ha il diritto sacrosanto di essere valorizzato e di essere al centro dell’azione educativa, ha cominciato a recepire la lezione che  compito precipuo degli educatori  deve diventare imparare a comprendere, conoscere e stimolare l’intelligenza di ogni singolo alunno,  la cui figura è diventata il centro focale della mission dell’Istituzione scolastica. Non più un’organizzazione lineare degli apprendimenti, ma la disposizione di un sistema plurimo, diversificato e convergente con nuovi obiettivi e nuove regole, un sistema più inclusivo e capace di essere intenzionale e sistematico, come si conviene ad un istituzione cui è affidato un compito importantissimo: la formazione dei soggetti in età evolutiva. L’UE ha contribuito, in maniera sostanziale, a promuovere i cambiamenti sollecitando nel 2013 la realizzazione di un sistema di formazione in grado di contribuire ad una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva partendo dalla considerazione che i giovani sono un capitale umano di inestimabile valore che deve essere adeguatamente formato e orientato durante il lungo percorso di sviluppo all’interno dei diversi sistemi di formazione, non solo per debellare l’increscioso fenomeno dell’abbandono scolastico, ma anche per formare cittadini consapevoli, dotati di competenze spendibili nel mondo del lavoro, competenze che siano la giusta sintesi di apprendimenti formali, informali e non formali perché è ormai chiaro che la scuola non ha più l’esclusiva quando si parla di apprendimenti. La centralità della persona su cui l’UE insiste e su cui fonda il progetto di valorizzazione delle risorse umane, è stata recepita anche dal nostro legislatore che già nel 2003 con la legge 53 ha introdotto il concetto di personalizzazione come condizione essenziale per garantire il successo formativo di ogni singolo studente, nella consapevolezza che non si può più pensare di insegnare ex cathedra investiti di un’autorità al limite dell’inviolabile, ma l’insegnante diventa un professionista dell’istruzione che, attraverso un lavoro di aggiornamento, studio e ricerca , conosce le necessità dei suoi studenti, le accoglie, le elabora e ne fa il punto di partenza per un’azione didattica personalizzata e fatta su misura per ognuno. La garanzia del successo formativo, quale mission dell’istituzione scolastica, non può prescindere dall’ inclusività come obiettivo categorico non solo per i disabili, già tutelati dalla legge 104/92, ma per tutti gli alunni che presentino una qualsiasi difficoltà legata alla condizione socio-economica, culturale o linguistica (si pensi agli studenti stranieri di recente immigrazione o ai bambini adottati), come espressamente normato dal DM 27/11/12(BES) in accoglimento delle conclusioni della Convenzione ONU e grazie all’adozione del sistema ICF che estende il concetto di disabilità, per troppo tempo limitato al deficit fisico, al contesto socio culturale e ambientale della persona, inclusività da garantire anche a tutti gli adulti, stranieri o italiani, che chiedano di rientrare nel sistema scolastico per conseguire un titolo di studio, a tutti quegli studenti che risultino eccellenti e che meritano un adeguato riconoscimento e la giusta valorizzazione del loro potenziale. La scuola dell’autonomia, come delineata nel DPR 275/99 e come rafforzata nella legge 107/15, dunque, può progettare un’azione educativa che miri allo sviluppo della persona umana, adeguata ai diversi contesti e alla famiglia, forte di una concreta possibilità di agire secondo le reali necessità dell’utenza e del territorio, favorendo e incentivando la ricerca come elemento cardine per garantire professionalità aggiornate, in grado di stare al passo con gli studi che potenziano e agevolano la professione dei docenti. Il compito ambizioso e fondante della scuola autonoma è formare cittadini competenti e consapevoli, in grado di diventare capitale economico, capaci di portare un contributo personale di qualità che realizzerà un generale passo avanti nel percorso personale e collettivo. L’autonomia didattica, tassello imperativo in questo percorso, trova il suo naturale corollario nell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo a supporto di una metodologia in divenire, che si alimenta e cerca di fondarsi sullo studio, sull’aggiornamento e sull’approfondimento di quelle scienze, quali la sociologia, la psicologia, l’epistemologia, le scienze dell’organizzazione che ormai sono parte integrante del bagaglio culturale di un docente e di un Ds. La ricerca è la conditio sine qua non per elaborare una metodologia che abbia interiorizzato l’assunto che un apprendimento è proficuo solo se significativo, una metodologia che rispetti, poiché li conosce, i diversi stadi dello sviluppo psicologico dello studente e sia basata su un’attenta ricognizione dei bisogni formativi di ciascuno, delle caratteristiche dell’ambiente e del territorio, una metodologia che punti alla valorizzazione della persona in un’ottica di lifelong learning. La scuola, dunque, perde la rigidità di un sistema il cui compito si limitava a impartire nozioni e che non teneva affatto conto dell’importanza e dell’influenza della famiglia, per diventare un amministrazione servente che crea sinergia con la famiglia ( si pensi al patto di corresponsabilità) che diventa, a buon diritto, coattore del processo di sviluppo del discente. La scuola dell’autonomia, dunque, deve progettare un’azione educativa che miri allo sviluppo della persona umana, raccogliendo le indicazioni che arrivano dall’Europa (si pensi al rapporto E. Cresson) e che puntano ad un’ istruzione che favorisca l’acquisizione di nuove conoscenze, avvicini scuola e impresa(alternanza scuola lavoro), lotti contro l’emarginazione e consenta, attraverso la conoscenza delle lingue comunitarie, di aprirsi ad una dimensione veramente europea. La nuova consapevolezza della scuola circa la necessità di interagire con gli elementi che influenzano lo sviluppo di un soggetto in età evolutiva viene dalla sociologia che indica due diverse forze che concorrono nella formazione di un soggetto: la forza interna, quella cioè innata, e la forza esterna che condiziona in modo prepotente lo sviluppo cognitivo di un soggetto. Il fattore esterno, trascurato e non adeguatamente considerato per molto tempo, è la variabile di cui la scuola deve tenere conto, in quanto influenza, condiziona e orienta un soggetto in età evolutiva. Entrano di diritto tra i fattori del percorso di sviluppo la famiglia, il primo  nucleo educativo e interlocutore prezioso per programmare interventi mirati e personalizzati; la scuola che, in quanto istituzione, deve garantire un’azione consapevole e sistematica; il territorio, che può influenzare il soggetto offrendo o negando alternative che completino l’offerta formativa; l’UE ,di cui l’Italia è parte, che raccomanda di garantire attenzione al singolo per una strategia formativa che risulterà vincente nella misura in cui saprà dotare lo studente di competenze spendibili per l’inserimento nel mondo del lavoro; il mondo virtuale fatto di social e di informazioni che corrono veloci e non sempre adeguatamente selezionate, ma che influenzano le conoscenze e spesso le orientano. E’ chiaro, dunque, che la scuola, parte della società che la sociologia definisce fattore esterno, non può più pensare di essere l’esclusiva depositaria della formazione e tanto meno di agire senza dare il giusto valore agli altri attori della formazione, ma deve , pur conservando la  consapevolezza necessitata dal ruolo istituzionale, considerare queste importanti variabili per interagire con esse e puntare ad una azione che faccia di ogni elemento un fondamentale fattore dell’educazione. La scuola progetta per darsi un’organizzazione funzionale ed efficiente, fondandosi su premesse valide e solide e deve tener conto dei molteplici ed eterogenei fattori sociali che, ad un livello macro, determinano la tipologia di alunni di un determinato istituto, in un determinato territorio( a partire dal quartiere per finire al territorio nazionale, europeo o persino mondiale). In questa ottica è chiaro che, ciascun elemento del dialogo educativo, deve diventare  strategico, dunque risorsa, nel processo di sviluppo dell’alunno: l’apprendimento non passa più solo dalla lezione frontale e tanto meno si esaurisce nei contesti formali e istituzionali, ma si arricchisce, forse in misura addirittura maggiore, in contesti informali o non formali che rappresentano un continuum con l’azione istituzionale della scuola, in una logica di complementarietà e non di sovrapposizione tanto meno di conflitto, ma di arricchimento e completamento. La società, in quanto riconosciuta come risorsa, attraverso convenzioni o accordi negoziali, che hanno lo scopo del servizio quale imperativo categorico per tutti i fattori dell’educazione, coopera con la scuola per realizzare, secondo quanto sollecitato dall’U.E, quelle forme di raccordo tra scuola e lavoro. L’alternanza scuola lavoro, disciplinata nel D.lgs 77/05, fortemente potenziata con la L 107/15,  va esercitata come la declinazione della spendibilità delle competenze e la messa in prova del buon risultato del percorso formativo, essa contribuisce a rendere operative le competenze degli studenti e consente di coniugare teoria e pratica, oltre a realizzare il necessario collegamento della scuola con il mondo del lavoro e a correlare l’offerta formativa allo sviluppo sociale, economico e culturale del territorio. Le istanze europee, accolte dal Legislatore, puntano a valorizzare adeguatamente il fattore umano come risorsa e fondamento di una società che assicuri il benessere di tutti e che cresca in misura direttamente proporzionale in ricchezza. La società, fattore e risorsa del processo educativo, si dispone, dunque, a diventare prodotto in quanto  attraverso la valorizzazione del fattore umano, realizza una strategia vincente che restituisce gli investimenti nell’ambito della formazione  sotto forma di cittadini attivi, competenti, consapevoli e in grado di essere capitale economico, capaci di contribuire al benessere proprio e  della collettività. Oggi la scuola non si pone più come un’autorità infallibile e rigida, ma grazie all’autonomia può calibrare la sua azione organizzativa e didattica sulle esigenze che l’utenza presenta e il territorio definisce, realizzando i percorsi più adatti alle richieste dei suoi studenti e alle risorse del territorio. Personalizzare significa conoscere, la personalizzazione consente di cogliere e valorizzare le diversità, consente di essere inclusivi nella misura in cui si può adattare il percorso scolastico sia per valorizzare le eccellenze che per compensare gli svantaggi, la personalizzazione è la carta vincente per realizzare il diritto soggettivo allo studio di ogni persona in età evolutiva. L’inclusività, dunque, completa la mission della scuola solo se supera il concetto di pietistico inserimento dei disabili nelle classi comuni per diventare integrazione, valorizzazione delle risorse di ciascuno nella diversità. La complessità sociale, i grandi processi migratori che investono il nostro paese devono trovare accoglimento all’interno della scuola chiamata a colmare il gap socio-economico fornendo anche ai giovani immigrati, siano essi protagonisti di un forzoso cambiamento, siano essi adottati, gli strumenti necessari per un inserimento consapevole e da protagonisti non trascurando il dolore, il disagio, la rabbia che spesso caratterizza le loro vite e che fa parte del loro bagaglio personale su cui lavorare, ma anche la tutela di tutti coloro che hanno una qualsiasi difficoltà di apprendimento che non è contemplata nella  legge 104/92 ma che può essere limitante se non adeguatamente presa in carico da tutte le agenzie che concorrono alla formazione.  Ormai la priorità della formazione non è più dare contenuti , ma sostenere il pieno sviluppo formativo dello studente garantendo a tutti, secondo i principi costituzionali che ispirano il nostro sistema scolastico, le stesse opportunità che non significa, tuttavia, operare per tutti allo stesso modo, ma, al contrario, realizzare interventi su misura che consentano a ciascuno di superare i propri limiti e valorizzare i propri punti di forza. Il concetto di uguaglianza e di pari opportunità tiene conto proprio della diversità e di un’azione didattica che non deve livellare o appiattire, ma creare diversità complementari e integrate attraverso il raggiungimento di obiettivi standard che tengano conto non solo di fattori meramente formali, ma che valorizzino anche gli apprendimenti informali e non formali, come sostenuto già nel Libro Bianco del 1997 , per garantire l’auspicata e imperativa crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Il successo formativo, divenuto imperativo per la scuola, passa attraverso la necessaria autonomia che prevede il coinvolgimento di tutti gli attori dello sviluppo formativo del bambino, ognuno con le proprie specifiche responsabilità e il proprio ruolo. La scuola è chiamata, dunque, a recepire e accogliere le istanze che la società complessa presenta e farne il punto di partenza della sua programmazione. La scuola deve imparare ad essere accogliente ed inclusiva, vale a dire deve individuare le situazioni di criticità dei suoi studenti e deve agire in modo intenzionale e sistematico, come le si addice. Il contesto profondamento complesso in cui si muove l’Istituzione scolastica richiede, come appare chiaro, un’attenta progettazione dei percorsi formativi ed una consapevolezza non solo delle norme che tutelano i soggetti in età evolutiva,  ma anche degli studi che ne consentono la necessaria conoscenza e che presuppongono un aggiornamento costante che renda ciascuno responsabile dei risultati da conseguire. La scuola ha metabolizzato l’idea che i cambiamenti sono ineluttabili e che possono essere latori di nuove opportunità. La corretta vision dell’istituzione passa da una lettura psico-socio-pedagogica della realtà contingente, dalla presa in carico della richiesta di formazione del territorio e degli utenti , dall’accoglimento dei bisogni degli studenti e dall’analisi del territorio come risorsa e punto di partenza essenziale. Obbedendo al principio della sussidiarietà quale strategia vincente per dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini,  l’iniziativa della regione Lazio è senza dubbio notevole e denota la giusta attenzione ad un fenomeno che la scuola fatica a gestire e che, tra le conseguenze, annovera la dispersione scolastica. I fondi, viste le infinite possibilità che normativamente la scuola autonoma può mettere in campo, andrebbero a sostenere progetti mirati non tanto al recupero di situazioni critiche, quanto alla prevenzione. Individuati i ragazzi più problematici, potrebbe portare, con un’adeguata disponibilità di mezzi, a progettare percorsi di motivazione: il bullo si nutre della noia che talvolta i percorsi didattici ingenerano, della scarsa attenzione che un docente, in classi pollaio, può riservargli o, semplicemente della frustrazione, figlia di una scelta errata o poco consapevole. Gli istituti professionali, purtroppo, sono stati privati della loro stessa forza, i laboratori, che consentono un approccio operativo che permette una maggiore responsabilizzazione e un’operatività che si fa meno frustrante e demotivante per chi, come il bullo, ha un profilo particolarmente insofferente(ci auguriamo che dopo il parere favorevole della Cassazione i quadri orario degli istituti professionali siano rivisti e si ritorni allo status quo ante le linee guida del 2010). Lavorare nel segno della personalizzazione in classi di 30/32 studenti , con almeno due alunni diversamente abili e un numero cospicuo di DSA non agevola l’auspicata didattica personalizzata e neppure la formazione di un clima di collaborazione e di costruzione d relazioni sane e monitorate costantemente dall’insegnante. Eppure, nonostante le tante difficoltà, le scuole autonome, si muovono promuovendo la cultura della legalità e accompagnando i propri studenti nella formazione di una personalità sana e consapevole, verso una cittadinanza attiva e responsabile. Noi docenti degli istituti professionali lavoriamo, certamente, in emergenza a causa della eterogeneità della nostra utenza, ma giochiamo favoriti dalla spendibilità delle nostre discipline professionali che si affiancano alle discipline dell’Area generale di istruzione senza rinunciare mai alla qualità, ma rafforzati da quei percorsi di alternanza scuola lavoro introdotti dalla legge 77/05 e rafforzati enormemente, anche grazie alle continue sollecitazioni provenienti dall’UE, dalla legge 107/15. Il nostro Istituto ha  dovuto fronteggiare episodi di bullismo in più di una occasione, ma al di là dell’episodio che richiede di volta in volta una riflessione e un percorso pensato per il singolo allievo, lavoriamo , ormai da anni, per diffondere la cultura della legalità tra i nostri studenti. Lo scorso anno abbiamo ospitato la dottoressa Rita Borsellino che ha preso per mano i nostri ragazzi e gli ha fatto attraversare, con delicatezza e rispetto, la vita del compianto magistrato, un momento ampiamente preparato in classe con letture, con la visione di contributi filmati e con riflessioni che sono diventate domande consapevoli e mature. Ogni anno organizziamo incontri con l’arma dei Carabinieri per affrontare i temi non solo della legalità nel senso più ampio del termine, ma mirando alla professionalità in fieri dei nostri studenti: gli incontri hanno affrontato temi come la frode e la sofisticazione alimentare, ma anche la responsabilità penale e civile in caso di comportamenti irresponsabili tenuti sotto l’effetto di alcol e droghe, non meno rilevanti gli incontri con la Polizia postale per riflettere sui rischi e sulle conseguenze del cyberbullismo. La nostra indefessa opera di sensibilizzazione tende proprio a creare quella auspicata cultura della legalità che dovrebbe ridurre al minimo episodi di bullismo all’interno e fuori dall’edificio scolastico. Un lavoro importante viene fatto anche sulle relazioni che i docenti tendono a costruire con i ragazzi, fatte di rispetto e di quella necessaria empatia che mira a diventare elemento accogliente e riferimento costante nella vita del minore. Il nostro Istituto Professionale Alberghiero può vantare una tradizione di eccellenza, che si connota da sempre per una efficace sinergia e collaborazione con tutti i soggetti operanti nel settore enogastronomico e turistico del territorio. Senza parlare delle ricchissime iniziative e attività di alternanza scuola-lavoro, che portano spesso i nostri studenti a svolgere tirocini all’estero. Proprio dal 2015/16, in obbedienza al dettato della Legge 107, siamo in grado di affiancare ai tradizionali strumenti di intervento (come lo “Sportello Didattico” e i corsi di recupero da sempre attivi nel nostro Istituto), un Piano di miglioramento molto più articolato, che si avvarrà di un corpo docente aggiuntivo: quello dell’organico di potenziamento relativo alla Fase “C” del Piano Straordinario di assunzioni predisposto dal Governo per il 2015/2016. L’organico “dell’autonomia” era già una novità del DPR 275/99 che non è riuscita a decollare in quanto gli Istituti, tranne forse che per la scuola primaria e secondaria di primo grado, non sono riusciti a creare questi percorsi alternativi o di rinforzo. L’organico previsto dalla L 107/15, consente, invece, concretamente con una dotazione aggiuntiva rispetto alle esigenze strettamente curricolari della scuola, di realizzare percorsi straordinari di supporto alla didattica e di affiancamento dei docenti delle classi più numerose e problematiche, per noi le classi prime, per lavorare sul successo formativo, propedeutico alla soddisfazione personale e all’autostima, oltre che ad un lavoro di motivazione attraverso un intervento su piccoli gruppi di lavoro per riprendere, approfondire, analizzare o semplicemente impostare un metodo di lavoro adeguato ed efficace. Questo team di docenti può e, secondo la nostra esperienza, deve realizzare concretamente l’inclusività, grazie ad un supporto qualificato e professionalmente stimolante per ridurre la disaffezione nei confronti della scuola, per realizzare l’accoglienza e l’ascolto che se pure non potranno risolvere tutti i problemi dei ragazzi e della scuola, contribuiranno a creare un clima di maggiore serenità e rassicurante per i ragazzi che, troppo spesso, non possono contare sul supporto di famiglie che hanno rinunciato alle loro prerogative fondamentali. Il lavoro di rinforzo, dovendo gestire le professionalità che ci sono state assegnate, si rivolgerà soprattutto ad alcune discipline considerate più ostiche dai ragazzi ma su cui il Legislatore e l’UE chiedono di porre maggiore attenzione quali le lingue, italiana e straniera, e matematica. Lavorare sulle discipline per raggiungere i programmati obiettivi trasversali, ridurre la frustrazione mirando al potenziamento della qualità della persona, riscoprendo coi i ragazzi, anche in un percorso orientativo in itinere, quali sono i punti di forza su cui basare la propria azione e quali i punti di debolezza su cui lavorare. Un elemento che ritengo essenziale all’interno della scuola è, senza dubbio, lo sportello di ascolto che, nel nostro istituto è affidato al Dottor Jacopo Paris che, in modo gratuito, presta la sua opera e che i fondi della regione potrebbero consentire di pagare. La ‘dispersione’ nel Lazio risulta, in effetti, sensibilmente migliorata nel corso degli ultimi 15 anni: merito, evidentemente, dell’efficacia delle molte strategie messe in campo dalle Istituzioni scolastiche. Anche qui a parlare sono i numeri: quest’anno si attesta al 24,5%, ben lontana dunque da quel 40,1% che quindici anni fa aveva rappresentato uno dei peggiori risultati tra le regioni italiane: un vero e proprio exploit complessivo, che lascia spazio ad ampi margini di ottimismo. Stanziare soldi è un ottima scelta di investimento, ma serve, dopo aver dato alla scuola l’autonomia funzionale, dotare le scuole dei fondi necessari ad attivare tutti gli interventi possibili e ad hoc per rispondere alle richieste di aiuto dei nostri studenti.La prevenzione consiste nell’insegnare modalità di interazione positiva con i compagni e nell’informare sulle conseguenze disadattive dell’essere bullo, con l’obiettivo fondamentale di ridurne il rischio di incidenza. La prevenzione secondaria si configura come risposta ad alcuni incidenti di bullismo. Può prevedere approcci di tipo punitivo(sospensione, sanzioni disciplinari) o di tipo riparatorio e di mediazione tra le parti. L’approccio terziario consiste nel trattamento e nella riabilitazione di ragazzi implicati nel problema; comporta, quindi, un intervento di monitoraggio dei fenomeni, strutture di counselling, ed interventi terapeutici per le vittime, eventuali denunce e interventi sanzionatori per ragazzi prepotenti. Uno degli approcci più efficaci per ridurre il problema è quello istituzionale che coinvolge la scuola nel suo complesso. Questo perché il fenomeno ha una natura multidimensionale che comprende non solo il gruppo dei pari ma anche la cultura della scuola, la qualità dei rapporti tra scuola e famiglia e, più in  generale, il sistema sociale di riferimento degli alunni. Approccio curricolare: legato alla volontà e all’iniziativa del singolo docente che si ritaglia uno spazio all’interno delle discipline per affrontare il tema e favorire un percorso di progressiva sensibilizzazione sul problema da parte degli alunni. Spesso questo percorso parte da stimoli culturali( film, narrativa, letture..) per favorire una progressiva presa di coscienza. Approcci di potenziamento delle abilità emotive e sociali e della convivenza: in questa tipologia rientrano percorsi di lavoro trasversali delle discipline che possono favorire la capacità dei ragazzi di comunicare in modo più adeguato, di riflettere, attraverso un approccio globale sui fenomeni di prepotenza, di capire il punto di vista di altri problemi all’interno della classe. Il bullismo è un problema di violazione dei diritti umani e per questo “ è responsabilità morale degli adulti assicurare che questo diritto sia rispettato e che per tutti i bambini e per tutti i giovani siano effettivamente promossi un sano sviluppo e l’esercizio della cittadinanza attiva”. Nel 2007 il Legislatore ha ritenuto necessario, alla luce dei fatti di cronaca, emanare le linee guida per attivare una strategia in grado di arrestare il dilagare di un processo di progressiva caduta sia di una cultura del rispetto delle regole sia della consapevolezza che la libertà dei singoli debba trovare un limite nella libertà degli altri, linee guida ancora attuali e punto di riferimento dei professionisti della scuola.

mercoledì 10 giugno 2015

LETTERA DI UNA PERSONA MALATA

Oggi non pubblico nulla di mio, ma devo dare voce ad una persona straordinaria, ad una vera combattente che non si è mai data per vinta, ma che ora sente il bisogno di gridare il suo dolore. Oggi sono la sua voce e il suo urlo di rabbia e delusione: un grido che, per sua scelta, deve essere condiviso e ascoltato.




Lettera di una Persona Malata. 

Non so a chi indirizzare questa mail, ma so che vorrei la leggessero tutti i malati oncologici e tutti gli oncologi che provano a curarli e so anche cosa sto per dire e quali sono i sentimenti che da due anni vivono nel mio cuore. La mia malattia non l’ho ovviamente cercata, è capitata, così come capita di nascere belli o brutti, fortunati o sfortunati. Io ero nata “ sana”. Sempre stata! Poi la mia vita è stata sconvolta da un adenocarcinoma del colon con metastasi al fegato, al peritoneo, al diaframma, all’utero ecc..Intervento effettuato al 5° piano del vostro ospedale Regina Elena( IRE) . Devastante nell’animo e nel fisico, già provato da due interventi nei 4 mesi precedenti. SI!! Devastante nell’animo e nello spirito, perché non esiste solo un corpo da curare ad ogni costo!. Esiste anche lo spirito, anzi, forse è l’unica cosa che resterà di me anche dopo e avrei voluto che fosse stato curato, amato e coccolato serenamente! Invece IO mi sono sentita sola e abbandonata, a combattere contro un destino infelice. Intorno a me ho avuto solo dei camici bianchi, verdi, azzurri o blu che controllavano i progressi fisici, senza mai chiedermi se ero serena, se avevo domande da porre, se bisognavo di una carezza, o di piangere e basta, se volevo conforto o certezze sul futuro…. Anche le bugie fanno bene quando ci si aggrappa disperatamente alla vita. Sono illusorie, lo so, ma regalano momenti fugaci di pace e ottimismo. Intorno a me, per fortuna, oltre a dei camici colorati, ho avuto la mia famiglia, tutti i miei cari, le amiche e l’amore che mi è stato regalato in questi due anni. Loro sono stati la mia forza, il mio sostegno, la mia testarda, estenuante “chemio” umana contro il nemico invincibile. E i medici? Il “mio” oncologo, come diciamo noi poveri “tumorati” di Dio!!! Questi grandi oncologi del Regina Elena sembrano planare a due metri da terra sul dolore dei pazienti. In due anni mai un sorriso, una parola di complicità, una pacca solidale sulla spalla!! Nulla. Mi sono sempre sentita il numero che aspettavo di veder apparire sul display prima di fare la chemio. Ma IO non sono un numero! IO odio la matematica!! IO sono una Mamma, una Figlia, una Moglie, una Sorella, una Zia, una Cognata, una Nipote, una Cugina, un’Amica e un’Insegnante.!! IO sono una Persona, ma anche tutte queste cose insieme . E pensare che uno dei vostri slogans all’ingresso dell’ospedale è.” La persona prima di tutto”. Per voi la persona è solo il corpo disgraziato che gli è capitato. E null’altro! Dopo l’ultima Pet (Gennaio 2015) che evidenziava l’evoluzione del mio cancro, sono stata spedita a casa dal “mio” oncologo, il quale ha detto, che se avevo pazienza di aspettare da lì a poco sarebbe uscito un nuovo farmaco (Stivarga), farmaco che a tutt’oggi, per motivi di sicuro pecuniari, non è ancora dispensato dal Regina Elena. Mi avrebbe contattata lui. Finito. Stop. Neanche una stretta di mano. Dopo due anni di cure e visite bimensili, a casa. Dopodiché il nulla. IO ero già abituata al nulla del vostro umanissimo day hospital A (eccetto le infermiere). Ma quando prendi coscienza che stai per andare, questo nulla ferisce più delle crudeli lesioni al fegato, dei disumani dolorosi noduli addominali, delle metastasi impietose all’intestino. IO mi sento ferita perché tanta freddezza, tanta indifferenza e superficialità vengono dalle persone. E la persona, ancor di più se malata, dovrebbe venire prima di tutto. Essere sopra a tutto. Siete persone anche voi. IO sono solo una Malata. Ma sono Persona ed Essere umano per tanta gente che mi ama proprio per la Persona che sono. 

sabato 5 ottobre 2013

5 Ottobre GIORNATA MONDIALE DELL’INSEGNANTE


Nel 1994 l’UNESCO ha deciso di istituire la Giornata mondiale dell’Insegnante, celebrata il 5 ottobre in oltre 100 nazioni, per segnalare a governi ed opinione pubblica la necessità di valorizzare il ruolo dell’insegnante nel percorso di formazione, educazione e guida alle nuove generazioni. La scuola è ricominciata da qualche settimana e nulla è cambiato: classi scoperte, nomine ancora da completare, malattie, permessi studio, permessi di varia natura, fughe difficili da catalogare e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato che  pervade molti insegnanti quando sono a scuola. Mi piace, allora, sedermi al mio tavolo e riflettere, in una giornata così speciale, cercando di indagare a fondo su quali dovrebbero essere le condizioni ottimali per non sentirci sempre più spesso “guardiani” di un gregge e sempre meno DOCENTI. Questa volta non intendo polemizzare o attaccare un sistema che fa acqua da tutte le parti, ma semplicemente ricordare qual è il senso della scuola, quale la sua funzione istituzionale, quali gli obiettivi da perseguire e quale il valore sociale storicamente attribuitole. Nella Costituzione italiana all’articolo 33 si legge: ” L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.…” il principio istitutivo della scuola parte dall’affermazione della libertà dell’insegnamento, per arrivare a ricordare che è lo Stato che deve istituire le scuole di ogni ordine e grado per garantire quell’uguaglianza sociale per cui tanto si è combattuto e per cui tanti hanno sacrificato la propria vita e fare in modo che per ogni singolo cittadino siano messe in atto tutte le strategie per il conseguimento dei propri obiettivi e per arrivare, magari, ad essere realizzato e appagato. Basta questo semplice e chiaro principio per comprendere la straordinaria importanza della scuola e di coloro che ne fanno parte in qualità di docenti e di discenti. Piero Calamandrei ,nel discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale “ Facciamo l’ipotesi” 1950, ha detto:”…Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo hanno la funzione di creare il sangue[…]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla( e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società[…].” Un discorso , questo pronunciato da Calamandrei, di una imbarazzante attualità nonostante la distanza temporale che ci divide, un discorso ancora più drammatico se contestualizzato ai nostri giorni, monito ad una scuola che le riforme hanno privato di ogni valore, di ogni risorsa, addirittura del giusto e meritato ruolo sociale che da sempre le è stato riconosciuto e che oggi ha lasciato il posto ad una forma senza sostanza perché, nel tentativo di modernizzare, i ministri che si sono succeduti hanno perso di vista e ,quindi l’hanno snaturata, l’essenza profonda della scuola, la sua anima, la sua funzione sociale e di strumento riqualificante di una società degna di questo nome. Allora non ci stupisce certo il disfacimento morale della scuola: su di essa aleggia un senso di sfiducia, di cinismo, di stanchezza che ha fatto perdere di vista principi semplici come la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità, fare il proprio dovere, fare lezione. La scuola deve rivendicare nuovamente la sua funzione di scuola del carattere, di formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali, di persone che “sanno”, consapevoli che non si va avanti solo con gli appoggi, le raccomandazioni, le tessere del partito o l’appartenenza ad una parrocchia. E’ la disillusione il male dei nostri giovani e il male di noi adulti che non crediamo più a nulla, che non siamo più convinti del ruolo sociale che, a furia di riforme strampalate e portate avanti da ministri che la scuola non l’hanno frequentata che da studenti( spesso neppure eccellenti!), ci hanno privato della dignità del nostro lavoro,  ci hanno strappato il rispetto dei nostri alunni e delle loro famiglie. Allora , perdonatemi, ma voglio ribadire che nonostante uno stipendio indegno per dei professionisti, noi siamo formatori di coscienze e dobbiamo rieducare i nostri studenti al rispetto per una istituzione sacra e inviolabile, attraverso la quale passa il riscatto sociale di ciascuno nonostante le difficoltà, nonostante la corruzione morale e ideologica che dilaga. La scuola regala gli strumenti per essere realizzati nel proprio ambito lavorativo, la scuola educa alla legalità e alla consapevolezza del proprio essere cittadino con dei doveri che non vanno elusi o disattesi, ma rispettati con impegno e serietà. In occasione della giornata mondiale dell’insegnante voglio augurare a tutti i colleghi di ritrovare la giusta direzione, di vincere lo scoramento e la disillusione e di tornare a credere e a lavorare affinché la scuola si riprenda tutto ciò che mistificatori e ciarlatani le hanno rubato mentre era impegnata a tenere insieme le parti scollate di un sistema troppo fragile per opporsi.

mercoledì 21 agosto 2013

MORIRE DI “ DIVERSITA’'.

" Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia": sono le parole disperate che un giovane quattordicenne ha scritto prima di lanciarsi nel vuoto per porre fine ad un dolore che non riusciva più a sopportare, spaventato dalla sua diversità, soffocato dall'angoscia e dalla paura del giudizio di una società fintamente bacchettona e moralista. Si muore ancora per essere diversi…ma da chi? Quando si parla di omosessualità mi riaffiora il ricordo del mio migliore amico, Daniele, che dopo un percorso faticoso, sofferto e costellato di insidie mi chiamò per dirmi che doveva vedermi per confessarmi una cosa che mi avrebbe lasciato senza parole( cosa assai difficile!): era gay !!!!!! La mia reazione è stata di sorpresa in quanto io lo sapevo da un pezzo, ma poi gli ho chiesto in che modo questa sua consapevolezza avrebbe cambiato il nostro splendido rapporto. A distanza di quasi 25 anni so che non è cambiato nulla, che abbiamo camminato insieme condividendo momenti belli, difficili, assurdi amandoci teneramente come due esseri umani possono fare.Gli omosessuali hanno due occhi, due orecchie, due gambe, due braccia, bevono, mangiano, dormono e amano: perdonatemi, ma non riesco a capire in cosa siano diversi!!! Amiamo le persone e basta e credo davvero che nessuno di noi si ponga il problema di che tipo di rapporti sessuali abbia un amico o un’amica: in camera da letto, tra due persone che si amano e che sono consenzienti, può essere legittimo tutto, pertanto perché ci soffermiamo in maniera morbosa sul fatto che due uomini o due donne possano amarsi? Persino il Papa, sconcertando e lasciando basiti i suoi interlocutori, ha detto chiaramente:” Chi sono io per giudicare un omosessuale?” e noi chi siamo? Diversi sono gli uomini che picchiano e violentano le donne o i bambini, diversi sono gli assassini, i truffatori, coloro che offendono la dignità e i sentimenti dei loro simili, non gli omosessuali che di diverso, lasciatemelo dire, hanno il dolore che questa società meschina e ottusa gli provoca. Mi rattrista che questo tempo si lasci fagocitare da mille, inutili preoccupazioni e poi lasci morire suicida un adolescente schiacciato dalla paura di non essere accettato da una società sessista e macha oltre ogni limite. Oggi mi è capitato di leggere che in Germania propongono di non assegnare un sesso ai neonati, ma di indicare con una X l’attribuzione di un genere maschile o femminile, in attesa che il bambino abbia le idee chiare su ciò che vuole essere. Forse a ciascun essere umano dovrebbe essere garantita la libertà di scegliere e di seguire il proprio cuore senza dare un peso così rilevante alla categoria sessuale, in quanto ognuno vive la propria sessualità, che sia etero o omosessuale, nel chiuso della propria stanza, ma ciascuno deve essere garantito e tutelato nella libertà dei propri sentimenti. Provo un profondo senso di frustrazione pensando alla solitudine di questo giovinetto, spaventato e intimorito dalla cattiveria di un mondo che ancora non ha compreso una verità essenziale: siamo persone e nulla più e ognuno ha il diritto e il dovere di essere felice e di vivere secondo le proprie inclinazioni. Persino un mio alunno, qualche anno fa, sentì il bisogno di rivelarmi questo segreto: a lui riuscii solo a dare un caldo abbraccio, consapevole del percorso dolorosissimo che aveva dovuto compiere per giungere a quella consapevolezza, lui così bello, intelligente e speciale. Potrei fare bella mostra di omosessuali famosi o riferirmi alla storia antica, quando essere omosessuali era "normale", ma questa disquisizione potrebbe indurre a pensare che servono esempi unici e rilevanti per " normalizzare" ciò che è già normale. Mi piacerebbe una società in cui non fosse richiesto di esprimere la propria categoria sessuale, in quanto questo dato mi sembra irrilevante e superficiale, ma una società che assicuri a ciascuno di vivere la propria vita affettiva e sessuale in pienezza e con la riservatezza che è diritto di tutti. Non facciamo crescere i nostri figli con i paraocchi, ma insegniamo il rispetto per tutti gli esseri viventi, non demonizziamo gli omosessuali, non confondiamo omosessualità e pedofilia , mettiamo ordine semplificando i nostri rapporti con le persone che ci stanno intorno e che non possono morire di indifferenza o di “ diversità”. Gli omosessuali non sono più sensibili, più simpatici o più attenti alle persone, sono uguali agli altri e possono essere pure insensibili, strafottenti e idioti, proprio come tutti gli altri esseri umani. Non permettiamo a nessun giovane adolescente di vivere la propria sessualità come un macigno che potrebbe essere troppo pesante da portare da solo: educhiamo alla vita in tutte le sue forme e nella sua grandiosa diversità.

mercoledì 24 luglio 2013

E-BOOK: LA SCUOLA PUO' ATTENDERE

La decisione del Ministro dell’Istruzione Anna Maria Carrozza in merito alla necessità di differire di almeno un anno l’obbligatorietà dei libri digitali nelle scuole ha lasciato soddisfatti gli editori, meno l’opinione pubblica in generale. Le motivazioni di tale scelta, riferisce il ministro, poggiano sulla considerazione che serve più tempo per organizzarsi e per valutare le ricadute sulla salute dei giovani utenti esposti ad un uso prolungato di strumenti tecnologici, oltre che denaro per dotare le scuole e le case di banda larga e WI-FI. In realtà, su tutte, sembrano prevalere le ragioni degli interessi economici degli editori che nell'immediato dovrebbero mandare al macero moltissimi libri già stampati e, soprattutto, vedrebbero notevolmente ridotti i loro profitti!  La scuola italiana deve, purtroppo, fare i conti con l’accusa di recepire troppo lentamente i segnali di cambiamento e di non essere tempestiva nel realizzare l’ammodernamento richiesto a livello mondiale, deve essere più competitiva e fornire ai propri utenti strumenti più efficaci e al passo con i tempi, che rispondano in maniera mirata alle richieste di una società globalizzata e tecnologica e sembra che l’introduzione dell’e-book risponda a tutti questi diktat. La nostra scuola  così criticata, vilipesa, accusata di anacronismo, di immobilità culturale eppure così poco considerata dai diversi governi di destra e di sinistra che si alternano e che sistematicamente scelgono di non investire in uno dei nodi essenziali, se non vitali, di una società che si rispetti, ora sembra arrivata ad un bivio di fondamentale importanza: rendere obbligatorio l’e-book pare proprio che possa rivoluzionare la scuola italiana, una panacea a tutti i mali accumulati nel corso dei decenni!!! Francamente sorrido di fronte a tante parole spese tra coloro che sono a favore e coloro che, per difendere i propri interessi, oppongono motivazioni discutibili e poco credibili.
Da insegnante, neppure troppo avanti con gli anni, dico che non potrei rinunciare al piacere fisico dello studio, fatto dell’odore della carta, della matita che sottolinea e ferma immagini, pensieri, che riassume, commenta e lascia una traccia indelebile dell’incontro con il libro! Non nego certamente il valore e l’importanza della tecnologia, ma il nuovo deve convivere con la tradizione e con un modo di studiare che si è rivelato efficace e valido sempre e ovunque. I nostri laureati esprimono, in moltissimi casi, eccellenze e competenze qualificatissime, i nostri cervelli scappano all'estero per completare gli studi e cercare un lavoro che il nostro paese, non la nostra scuola, gli nega! Dobbiamo rivedere i programmi, forse persino il modo di insegnare, ma non mi pare che la scuola abbia questa priorità in questo momento!!!! Parliamo di e-book e in alcune scuole manca la connessione, parliamo di tecnologia avanzata e le strutture di alcune , la maggior parte delle scuole, sono fatiscenti, per usare un eufemismo! La riqualificazione della scuola passa prima di tutto dalla creazione di ambienti accoglienti, puliti e sicuri, poi dal sacrosanto e giusto riconoscimento del ruolo sociale  e professionale dei docenti corrispondendo loro uno stipendio europeo ( perché essere moderni significherà pure adeguare gli stipendi oltre che introdurre gli e-book!), infine dagli investimenti che il nostro paese, che non riesce a tagliare le spese della farraginosa macchina statale ma nega fondi alla scuola trasversalmente, non sembra intenzionato a fare!!!! Mi piace l’idea di far risparmiare denaro alle famiglie sempre più in difficoltà, ma non credo davvero sia questa la soluzione per ovviare ai troppi problemi della scuola. Peccato che per cose del genere si accendano polemiche esagerate, appassionate e mentre la scuola viene privata della dignità e dei mezzi minimi di sussistenza nessuno si lanci in battaglie in difesa e a tutela di un istituzione che rimane, per me e molti insegnanti, SACRA!!!!!!!!! Lavoriamo per una scuola al passo con i tempi, diamo alla tecnologia il giusto valore e il meritato posto nella vita di docenti e studenti, ma non perdiamo di vista, mai, che la scuola è fatta di contenuti, di conoscenze e di competenze che insieme istruiscono gli studenti e che sono assolutamente complementari e tessere imperdibili di un puzzle complesso da ultimare: la formazione  dei nostri giovani!

giovedì 11 luglio 2013

FERMIAMO QUESTA STRAGE

Un bambino di due anni seduto in lacrime su un divano e una giovane mamma dilaniata dalle coltellate inflitte sul petto, riversa sul pavimento della cucina: questa la scena agghiacciante che si è presentata sotto gli occhi di un nonno, costretto a prendere atto dell’ennesimo delitto annunciato.  Sono due le riflessioni da fare davanti all'ennesimo efferato episodio di violenza sulle donne: la giovane aveva lasciato il compagno violento tornando a casa dei suoi genitori, lo aveva più volte denunciato per le percosse e le minacce, ma nulla e nessuno ha potuto impedire la sua morte. Mi chiedo allora qual è il senso e l’utilità dell'introduzione del reato di stalking se questi maledetti uomini denunciati e segnalati riescono a portare a compimento i loro insani propositi? Siamo davvero in balia dell'ossessione di uomini sbagliati, malati, instabili o semplicemente non - uomini che, rifiutati, ci uccidono? Ancora una donna uccisa da un sistema che non l’ha difesa, che non l’ha tutelata eppure una donna che non ha avuto paura, che ha denunciato, che ha messo al sicuro il suo bambino e se stessa, ma non l’abbiamo salvata. Purtroppo accanto a questa tragedia si è consumata un’altra tragedia, quella dell’infanzia rubata a questo piccolo esserino indifeso i cui occhi hanno incontrato il Male, quello che non ti aspetti, quello che ti marchia a fuoco la pelle e che non puoi più dimenticare. Lui stesso vittima della violenza assurda di un padre contro la madre di suo figlio, di un uomo che doveva amarlo, proteggerlo, insegnargli ad amare e rispettare le donne, che doveva educarlo e farlo diventare un Uomo,  un bambino vittima di un mostro che non si è fermato neppure di fronte alla sua innocenza. Che cosa avranno registrato quegli occhi innocenti? Che ferita ha squarciato il cuore di questo piccolo? Tremo al pensiero del mostro che si insinuerà nel cuore di questo angelo e di tutti i mostri che dovrà combattere per vivere una vita serena e senza risentimento. La famiglia violata, la casa violata, la purezza degli affetti violata: il posto che dovrebbe essere il  più sicuro per antonomasia, diventa , invece, una fabbrica di orrore e morte. Mi viene in mente l’idea che Pascoli aveva della famiglia come luogo di amore, calore, protezione e sicurezza rispetto ad un mondo crudele, dominato dalla violenza e dalla sopraffazione. Oggi tutto è cambiato e i nemici li teniamo, spesso, con noi, li alimentiamo con il nostro amore e con la nostra incapacità di riconoscerli prima che sia troppo tardi. Certo riconoscerli…ma come? Come si può capire che in un uomo apparentemente amorevole, premuroso, innamorato si celi un mostro pronto ad uccidere se non ricambiato come pretende o come si aspetta? L’amore ha in sé un’essenza di abbandono, fiducia, rispetto senza cui non potrebbe esistere: come possiamo affrontare una relazione costruendoci barriere, vivendo nel terrore di diventare oggetto di ossessione per qualcuno o di rendere i nostri figli protagonisti involontari di violenza e dolore. 
Penso alla solitudine di questo bambino, al senso di vuoto con cui dovrà fare i conti, ai perché cui dovrà dare risposte, al senso di frustrazione che dovrà imparare a gestire, al senso di solitudine profonda e irrimediabile con cui dovrà imparare a convivere. Nel profondo, tuttavia, voglio sperare che questa società che non ha saputo proteggere la sua mamma tanto coraggiosa e forte, sappia offrire a questo bambino tutto l’aiuto possibile perché lui possa metabolizzare questa tragedia, perché non cresca nell'odio e nel desiderio di vendetta, perché si spezzi questa maledetta catena di male per male, perché lui abbia la possibilità di scegliere senza sentirsi segnato da un destino già scritto e che non si può cambiare. Mi piace credere che questo bambino sia messo in condizione di superare il dolore, il male, di comprendere che spesso non ci sono risposte esaurienti a tutto ciò che la vita ci pone innanzi, ma che c’è sempre la possibilità di prendere in mano il proprio destino e volgerlo al meglio. Questo bambino dovrà “perdonare” e non in senso cristiano, ma dovrà perdonare nel senso di accettare e lasciar andare i fantasmi che lo tormenteranno e non gli daranno pace. Spero che qualcuno ricorderà a questo bambino, una volta adulto che, come scrive M. Gramellini: “ I se sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi nonostante”. Buona vita piccolo!!!!!



venerdì 5 luglio 2013

ESSERE INSEGNANTI OGGI

La mia riflessione nasce dall'urgenza di ridefinire e rinfrescare a certi colleghi quali sono i compiti precipui della scuola e quale è la grande responsabilità che ci assumiamo ogni volta che entriamo in classe. Una parola importante e un diktat per la scuola è orientamento, che sintetizza, a mio avviso, tutto ciò che il lavoro di un insegnante deve mirare a raggiungere al di là delle singole discipline. Il termine “orientamento” deriva dal latino oriens, orientis, participio presente del verbo oriri (“nascere”), che grazie al suffisso, esprime una decisa valenza strumentale: l’orientamento, dunque, è lo strumento per la nascita, aggiungerei, di sé. Tra gli obiettivi dell’orientamento scolastico va infatti riconosciuto, oltre alla volontà di agevolare i processi di scelta dell’alunno, il dovere di affiancarlo nella costruzione di un’immagine positiva di sé e nei primi passi di apertura verso il futuro. In una società in cui le parole d’ordine sono innovazione, flessibilità, adattabilità e riconversione, la scuola deve porsi come punto di riferimento stabile e costante, nonché assumersi la responsabilità di trasferire agli alunni progettualità ed autonomia decisionale come veri e propri stili di vita. Il compito orientativo della scuola si deve esplicare attraverso interventi, diversi per la loro specificità, che postulino un disegno unitario fondato sul criterio di continuità. L’orientamento deve esser un processo in fieri, caratterizzato da azioni coordinate e continuative che inizino dalla prima infanzia, individuino bisogni e aspettative ed indirizzino i processi verso una migliore qualità della vita, nella prospettiva finale di una crescita individuale ma anche, di riflesso, collettiva. Soltanto un processo orientativo così delineato potrà assicurare il diritto allo studio, cioè l’opportunità per ciascuno di raggiungere la propria maturazione, e sarà dunque allo stesso tempo un risolutivo strumento d’intervento contro la dispersione scolastica. Occorre, insomma, che la scuola continui a fornire i contenuti, essenziali per dare qualità e spessore agli studenti, ma nello stesso tempo tenga conto delle singole individualità. Ciascun docente ha il sacrosanto dovere di privilegiare la diversità e di mirare a rendere l’alunno consapevole dei suoi mezzi e promuovere la persona, privilegiando un insegnamento “strategico” e individualizzato nel rispetto della diversità del singolo. Il nostro obiettivo come insegnanti deve essere quello condurre gli alunni ad acquisire conoscenze concrete e spendibili ai fini di una scelta più consapevole e meno episodica ed emozionale. Perché insisto su questo tema? Perché “ fare orientamento” ci costringe a partire direttamente dal vissuto dei nostri studenti,  a conoscere le loro capacità, ad aiutarli ad avere stima di sé, a percorrere con loro una strada che li renda consapevoli delle proprie potenzialità, dei propri limiti, a guidarli a vivere la diversità come un valore che arricchisce gli strumenti di cui dispone un docente e avvia nuove e più efficaci strategie didattiche. In una scuola che sta cambiando, che punta ad una scolarizzazione di massa nell'apparente tentativo di elevare il livello culturale dei nostri giovani, non è più possibile insegnare guardando a standard predefiniti e impersonali, ma è diventato prioritario studiare strategie mirate, nel tentativo di stimolare e sfruttare le qualità, le attitudini e le disposizioni degli alunni. 

Non è più pensabile il docente che entra, si siede, spiega la sua lezione e assegna i voti non ponendosi il problema delle difficoltà degli alunni o, semplicemente, dei diversi tempi di apprendimento. Attenzione, però, a non lasciarci indurre in errore: la scuola non può e non deve essere privata dei contenuti che restano fondamentali per conservare e mantenere vivo tutto il nostro vastissimo patrimonio culturale del quale i giovani devono avere coscienza e consapevolezza, ma non può non adeguarsi ad una società che cambia e che le affida compiti sempre più disattesi dalle famiglie.  Che ci piaccia o no il ruolo dell’insegnate richiede un apertura al “counseling” e alla consapevolezza che per aiutare i nostri studenti non dobbiamo fornire loro soluzioni pronte e preconfezionate, ma aiutarli a comprendere la situazione in cui si trovano, a riconoscere le difficoltà e a gestire strategie di azione per superare gli ostacoli. Orientare, per me, significa insegnare ai giovani a vivere mettendosi continuamente in discussione, riconoscere punti di forza e di debolezza, sfruttando i primi e lavorando sui secondi per raggiungere una buona qualità di vita. Tutto il mio discorso ( alcuni storceranno il naso!) non punta a fare della scuola una succursale di Caritas o un centro di ascolto, ma ha come obiettivo la riflessione che il nostro lavoro non si può limitare alla trasmissione di contenuti senza passione e senza coinvolgere e lasciarsi coinvolgere dai ragazzi. Quella con i ragazzi è una relazione che, talvolta, dura anni e che implica un coinvolgimento emotivo e umano forte e difficile. Storicamente all'insegnante è sempre stato affidato il compito di educare, rendere consapevoli, trasmettere valori e contenuti e fornire esempi di vita ai giovani che gli vengono affidati: oggi più che mai davanti ad una società che non è attenta ai giovani, alle loro richieste, alle loro fragilità la scuola deve, nei limiti degli strumenti di cui dispone ma forte delle competenze e delle risorse umane e professionali dei docenti, diventare un punto di forza della nostra società e un riferimento sicuro per gli studenti. Credo che sia questa l’unica strada che abbiamo come docenti per riprenderci il posto che ci spetta e che meritiamo nella società: essere professionali, tenere il passo con una società che cambia e non avere paura di lasciarci coinvolgere dai ragazzi, non mordono, studiano poco ma sanno essere riconoscenti e dare affetto in modo inatteso…è la parte più bella di questo lavoro!!

martedì 2 luglio 2013

“ SOLO I COLTI AMANO IMPARARE, GLI IGNORANTI PREFERISCONO INSEGNARE”




Una frase lasciata su uno stato di facebook per esprimere il disappunto per un esame che non è stato soddisfacente, una frase lapidaria riferita ad un insegnante che, forse, non ha fatto bene il suo lavoro eppure, per me, questa frase astiosa rappresenta il dolore per l’ennesimo fallimento di una istituzione sacra e preziosa quale è la scuola. Ora sarebbe facile rimbrottare la studentessa, chiederle di riflettere e di cercare le cause di quanto le è capitato, la sua percezione dell’insegnante è stata, a dir poco negativa, e questa massima tanto vera per ciascun docente che ami e rispetti questo lavoro, diventa amaro sfogo e monito a recuperare la dignità di adulti e di docenti. Questa scuola che va alla deriva, questi insegnanti vilipesi, sottopagati, sviliti nel ruolo che da sempre gli ha richiesto la cura e la crescita delle nuove generazioni, che non sono più in grado di comprendere che di fronte ad una scuola che cambia, in meglio o in peggio non importa, bisogna tenere il passo. Che cosa abbiamo perso? Fanno male solo a me le parole di una giovane ferita, amareggiata e delusa non dalla sua prestazione , ma dall'atteggiamento ottuso, meschino e scorretto di un insegnante che in questi anni doveva lasciarle qualcosa di importante da spendere proprio in un momento delicato come l’esame di Stato? Tutti noi insegnanti sappiamo bene quanto sia difficile lavorare con questi ragazzi sempre più soli, sempre più fragili, sempre più demotivati, sappiamo quanta poca complicità ci sia tra noi e le famiglie che ci percepiscono come nemici da combattere e da cui proteggere i propri figli, ma siamo davvero sicuri di non aver perso la dignità del nostro ruolo, la consapevolezza del valore sociale, civile e umano del nostro lavoro? Lo stipendio non è gratificante, ci manca la tutela, il riconoscimento sociale, la forza per combattere un sistema che ci fagocita e ci spinge a diventare burocrati senza che possiamo ribellarci, ma in tutto questo, purtroppo, si fa largo l’indifferenza e la demotivazione di certi colleghi che non sono in grado di costruire una relazione formativa efficace con gli studenti, fatta di complicità, di serietà, di ore impiegate a spiegare, a raccontare attraverso le proprie conoscenze come si diventa uomini e donne, fatta di empatia, di rapporti personali che si devono cementare  per rendere accogliente l’ambiente formativo. Mi spiace che una giovane studentessa esca dalla scuola con tanta amarezza nel cuore e tanta rabbia, lei è l’ennesimo fallimento di un sistema che da una parte lotta per esistere all'interno di uno Stato che sembra puntare al livellamento culturale e favorisce l’appiattimento, dall'altra deve, invece, grazie ai propri valori e alle proprie consapevolezze rivendicare la propria funzione educativa, recuperando la giusta relazione con i ragazzi e, magari, con se stesso!!! Anche io ricordo una insegnante che non riusciva proprio a comprendere il caratteraccio di una studentessa curiosa, in cerca di un importante riscatto sociale, piena di voglia di imparare ma difficile da guidare: sento ancora le sue parole dure, umilianti e gratuitamente cattive rispetto ad una manifesta intenzione di fare l’insegnante da grande……Ripenso ancora a quell'insegnante che, attraverso la sua chiusura e l’incapacità di comprendere una giovane studentessa certo intemperante, irruenta, rompi scatole,  ha insegnato a quella giovane oramai donna che cosa non si deve fare mai con i propri studenti! Lei mi ha reso attenta ai bisogni dei ragazzi, mi ha insegnato che sono io l’adulto e che devo andare io incontro a loro e che devo essere io ad infrangere la loro diffidenza e a guadagnare il loro rispetto.  Porto nel cuore ancora quella delusione, quella umiliazione, ma so che da quel dolore è cresciuta l’insegnante che oggi ama questo lavoro per l’opportunità che le offre di stare a contatto con i ragazzi, di scambiare con loro sapere, vita, complicità e comprensione. Solo se riusciamo a costruire con questi giovani un rapporto proficuo fatto di rispetto e complicità, riusciremo a riprenderci ciò che la società odierna ci toglie ogni giorno: il ruolo fondamentale nella vita dei giovani che con noi devono imparare a conoscere, che con noi devono fare un percorso di crescita che li renda autonomi e pronti a costruire se stessi e la propria identità sociale e civile. Mi spiace per quei giovani che incontrano insegnanti non degni di questo nome ( di cui, purtroppo, la scuola è piena!!!) e dimentichi della responsabilità che hanno, ma so che anche dalle brutte esperienze si può partire per crescere ed essere migliore di chi non ha mantenuto fede all'impegno preso con i suoi studenti e, forse, con se stesso!!