Nel 1994 l’UNESCO ha deciso
di istituire la Giornata mondiale dell’Insegnante, celebrata il 5 ottobre in
oltre 100 nazioni, per segnalare a governi ed opinione pubblica la necessità di
valorizzare il ruolo dell’insegnante nel percorso di formazione, educazione e
guida alle nuove generazioni. La scuola è ricominciata da
qualche settimana e nulla è cambiato: classi scoperte, nomine ancora da
completare, malattie, permessi studio, permessi di varia natura, fughe difficili
da catalogare e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato al momento
sbagliato che pervade molti insegnanti
quando sono a scuola. Mi piace, allora, sedermi al mio tavolo e riflettere, in
una giornata così speciale, cercando di indagare a fondo su quali dovrebbero
essere le condizioni ottimali per non sentirci sempre più spesso “guardiani” di
un gregge e sempre meno DOCENTI. Questa volta non intendo polemizzare o
attaccare un sistema che fa acqua da tutte le parti, ma semplicemente ricordare
qual è il senso della scuola, quale la sua funzione istituzionale, quali gli
obiettivi da perseguire e quale il valore sociale storicamente attribuitole.
Nella Costituzione italiana all’articolo
33 si legge: ” L’arte e la scienza sono libere e libero ne
è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed
istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.…” il principio
istitutivo della scuola parte dall’affermazione della libertà
dell’insegnamento, per arrivare a ricordare che è lo Stato che deve istituire
le scuole di ogni ordine e grado per garantire quell’uguaglianza sociale per
cui tanto si è combattuto e per cui tanti hanno sacrificato la propria vita e
fare in modo che per ogni singolo cittadino siano messe in atto tutte le
strategie per il conseguimento dei propri obiettivi e per arrivare, magari, ad
essere realizzato e appagato. Basta questo semplice e chiaro principio per
comprendere la straordinaria importanza della scuola e di coloro che ne fanno
parte in qualità di docenti e di discenti. Piero Calamandrei ,nel discorso
pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale
“ Facciamo l’ipotesi” 1950, ha detto:”…Se
si dovesse fare un paragone tra
l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola
corrisponde a quegli organi che nell'organismo hanno la funzione di creare il
sangue[…]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a
risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la
formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non
solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in
Parlamento e discute e parla( e magari urla) che è al vertice degli organi più
propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico:
coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che
scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della
democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta
ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel
nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre
rinnovata dall'afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le
classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la
possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno
di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita
che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare lavoro, le sue migliori
qualità personali al progresso della società[…].” Un discorso , questo
pronunciato da Calamandrei, di una imbarazzante attualità nonostante la
distanza temporale che ci divide, un discorso ancora più drammatico se
contestualizzato ai nostri giorni, monito ad una scuola che le riforme hanno
privato di ogni valore, di ogni risorsa, addirittura del giusto e meritato
ruolo sociale che da sempre le è stato riconosciuto e che oggi ha lasciato il
posto ad una forma senza sostanza perché, nel tentativo di modernizzare, i
ministri che si sono succeduti hanno perso di vista e ,quindi l’hanno snaturata,
l’essenza profonda della scuola, la sua anima, la sua funzione sociale e di
strumento riqualificante di una società degna di questo nome. Allora non ci
stupisce certo il disfacimento morale della scuola: su di essa aleggia un senso
di sfiducia, di cinismo, di stanchezza che ha fatto perdere di vista principi
semplici come la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità, fare il
proprio dovere, fare lezione. La scuola deve rivendicare nuovamente la sua
funzione di scuola del carattere, di formatrice di coscienze, formatrice di
persone oneste e leali, di persone che “sanno”, consapevoli che non si va
avanti solo con gli appoggi, le raccomandazioni, le tessere del partito o
l’appartenenza ad una parrocchia. E’ la disillusione il male dei nostri giovani
e il male di noi adulti che non crediamo più a nulla, che non siamo più
convinti del ruolo sociale che, a furia di riforme strampalate e portate avanti
da ministri che la scuola non l’hanno frequentata che da studenti( spesso
neppure eccellenti!), ci hanno privato della dignità del nostro lavoro, ci hanno strappato il rispetto dei nostri
alunni e delle loro famiglie. Allora , perdonatemi, ma voglio ribadire che
nonostante uno stipendio indegno per dei professionisti, noi siamo formatori di
coscienze e dobbiamo rieducare i nostri studenti al rispetto per una
istituzione sacra e inviolabile, attraverso la quale passa il riscatto sociale
di ciascuno nonostante le difficoltà, nonostante la corruzione morale e
ideologica che dilaga. La scuola regala gli strumenti per essere realizzati nel
proprio ambito lavorativo, la scuola educa alla legalità e alla consapevolezza
del proprio essere cittadino con dei doveri che non vanno elusi o disattesi, ma
rispettati con impegno e serietà. In occasione della giornata mondiale
dell’insegnante voglio augurare a tutti i colleghi di ritrovare la giusta
direzione, di vincere lo scoramento e la disillusione e di tornare a credere e
a lavorare affinché la scuola si riprenda tutto ciò che mistificatori e
ciarlatani le hanno rubato mentre era impegnata a tenere insieme le parti
scollate di un sistema troppo fragile per opporsi.sabato 5 ottobre 2013
5 Ottobre GIORNATA MONDIALE DELL’INSEGNANTE
Nel 1994 l’UNESCO ha deciso
di istituire la Giornata mondiale dell’Insegnante, celebrata il 5 ottobre in
oltre 100 nazioni, per segnalare a governi ed opinione pubblica la necessità di
valorizzare il ruolo dell’insegnante nel percorso di formazione, educazione e
guida alle nuove generazioni. La scuola è ricominciata da
qualche settimana e nulla è cambiato: classi scoperte, nomine ancora da
completare, malattie, permessi studio, permessi di varia natura, fughe difficili
da catalogare e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato al momento
sbagliato che pervade molti insegnanti
quando sono a scuola. Mi piace, allora, sedermi al mio tavolo e riflettere, in
una giornata così speciale, cercando di indagare a fondo su quali dovrebbero
essere le condizioni ottimali per non sentirci sempre più spesso “guardiani” di
un gregge e sempre meno DOCENTI. Questa volta non intendo polemizzare o
attaccare un sistema che fa acqua da tutte le parti, ma semplicemente ricordare
qual è il senso della scuola, quale la sua funzione istituzionale, quali gli
obiettivi da perseguire e quale il valore sociale storicamente attribuitole.
Nella Costituzione italiana all’articolo
33 si legge: ” L’arte e la scienza sono libere e libero ne
è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed
istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.…” il principio
istitutivo della scuola parte dall’affermazione della libertà
dell’insegnamento, per arrivare a ricordare che è lo Stato che deve istituire
le scuole di ogni ordine e grado per garantire quell’uguaglianza sociale per
cui tanto si è combattuto e per cui tanti hanno sacrificato la propria vita e
fare in modo che per ogni singolo cittadino siano messe in atto tutte le
strategie per il conseguimento dei propri obiettivi e per arrivare, magari, ad
essere realizzato e appagato. Basta questo semplice e chiaro principio per
comprendere la straordinaria importanza della scuola e di coloro che ne fanno
parte in qualità di docenti e di discenti. Piero Calamandrei ,nel discorso
pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale
“ Facciamo l’ipotesi” 1950, ha detto:”…Se
si dovesse fare un paragone tra
l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola
corrisponde a quegli organi che nell'organismo hanno la funzione di creare il
sangue[…]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a
risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la
formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non
solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in
Parlamento e discute e parla( e magari urla) che è al vertice degli organi più
propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico:
coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che
scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della
democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta
ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel
nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre
rinnovata dall'afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le
classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la
possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno
di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita
che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare lavoro, le sue migliori
qualità personali al progresso della società[…].” Un discorso , questo
pronunciato da Calamandrei, di una imbarazzante attualità nonostante la
distanza temporale che ci divide, un discorso ancora più drammatico se
contestualizzato ai nostri giorni, monito ad una scuola che le riforme hanno
privato di ogni valore, di ogni risorsa, addirittura del giusto e meritato
ruolo sociale che da sempre le è stato riconosciuto e che oggi ha lasciato il
posto ad una forma senza sostanza perché, nel tentativo di modernizzare, i
ministri che si sono succeduti hanno perso di vista e ,quindi l’hanno snaturata,
l’essenza profonda della scuola, la sua anima, la sua funzione sociale e di
strumento riqualificante di una società degna di questo nome. Allora non ci
stupisce certo il disfacimento morale della scuola: su di essa aleggia un senso
di sfiducia, di cinismo, di stanchezza che ha fatto perdere di vista principi
semplici come la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità, fare il
proprio dovere, fare lezione. La scuola deve rivendicare nuovamente la sua
funzione di scuola del carattere, di formatrice di coscienze, formatrice di
persone oneste e leali, di persone che “sanno”, consapevoli che non si va
avanti solo con gli appoggi, le raccomandazioni, le tessere del partito o
l’appartenenza ad una parrocchia. E’ la disillusione il male dei nostri giovani
e il male di noi adulti che non crediamo più a nulla, che non siamo più
convinti del ruolo sociale che, a furia di riforme strampalate e portate avanti
da ministri che la scuola non l’hanno frequentata che da studenti( spesso
neppure eccellenti!), ci hanno privato della dignità del nostro lavoro, ci hanno strappato il rispetto dei nostri
alunni e delle loro famiglie. Allora , perdonatemi, ma voglio ribadire che
nonostante uno stipendio indegno per dei professionisti, noi siamo formatori di
coscienze e dobbiamo rieducare i nostri studenti al rispetto per una
istituzione sacra e inviolabile, attraverso la quale passa il riscatto sociale
di ciascuno nonostante le difficoltà, nonostante la corruzione morale e
ideologica che dilaga. La scuola regala gli strumenti per essere realizzati nel
proprio ambito lavorativo, la scuola educa alla legalità e alla consapevolezza
del proprio essere cittadino con dei doveri che non vanno elusi o disattesi, ma
rispettati con impegno e serietà. In occasione della giornata mondiale
dell’insegnante voglio augurare a tutti i colleghi di ritrovare la giusta
direzione, di vincere lo scoramento e la disillusione e di tornare a credere e
a lavorare affinché la scuola si riprenda tutto ciò che mistificatori e
ciarlatani le hanno rubato mentre era impegnata a tenere insieme le parti
scollate di un sistema troppo fragile per opporsi.venerdì 20 settembre 2013
Analisi del testo: L' "Infinito" di Giacomo Leopardi

L’Idillio, composto presumibilmente nel 1819, compare sempre all'inizio delle raccolte leopardiane e rivela un tono meno soggettivo e autobiografico. Dopo una prima attenta lettura, si noterà che è possibile dividere il testo in quattro sequenze :vv. 1-3 indicazione, ma senza elementi descrittivi, di uno spazio concreto ( l’area ristretta delimitata dalla siepe) e di uno specifico personale( la consuetudine di salire sul colle e lo stato d’animo che ne deriva); vv 4-8 processo di astrazione e visione mentale dello spazio; vv 8-13 un semplice stormir di foglie segna un momento di passaggio dall'immaginazione spaziale a quella temporale; vv 13-15 il pensiero si smarrisce e lo smarrimento genera piacere. Il titolo del componimento introduce magistralmente il lettore in una atmosfera di vago, di incommensurabile, in una dimensione in cui i sentimenti, gli spazi e il tempo sono dilatati e senza limite alcuno. Tuttavia le nostre aspettative sembrano, in un primo momento, deluse dai primi tre versi dell’Idillio. Esso, infatti, si apre con l’avverbio sempre che imprime al periodo un tono di calda consuetudine, rafforzato dall'uso del passato remoto fu. L’aggettivo caro ci lascia entrare in un mondo noto, amato e ben definito, mentre ermo, uno studiato arcaismo per indicare la solitudine del luogo, nobilita il colle su cui il giovane Leopardi amava concludere le sue passeggiate. Il colle, da identificare col monte Tabor un’altura assai vicina alla casa dei Leopardi, diventa il centro dello spazio interno che i primi tre versi vanno configurando. Ma ciò che circoscrive con determinazione lo spazio del colle è la siepe: il termine, che sfrutta bene il suo valore denotativo e connotativo, è messo in rilievo sia dall'accento ritmico che cade proprio sulla prima sillaba che dalla sua posizione in chiusura di emistichio prima di un’enfatica cesura rafforzata dalla virgola. E’ la siepe che impedisce allo sguardo del poeta di andare oltre quello spazio finito in cui si trova a meditare, è la siepe che rende invisibile tanta parte dell’estremo orizzonte: ancora un latinismo ad impreziosire il verso con il particolare valore semantico attribuito all’aggettivo ultimo. La siepe è l’ostacolo materiale che si frappone tra i due spazi, quello finito e quello infinito, essa è il limite di ciò che è noto e delimitato e preclude la possibilità di guardare oltre servendosi dei sensi. Il ritmo di questi primi tre endecasillabi è scandito dall'enjambement tra i vv. 2-3 e dalle sinalefi che, insieme, danno al periodo un ritmo lento e pacato. Il rapporto dialettico che lega il titolo all'esordio del componimento persiste anche tra la prima e la seconda sequenza di versi. La forte avversativa ma, posta enfaticamente all'inizio del v. 4, scandisce il passaggio dalla descrizione di uno spazio chiuso e stretto ad uno spazio dilatato e senza confini. La seconda sequenza è contraddistinta dalla rappresentazione dell’infinito, cioè di quello spazio che sta oltre la siepe, di quello spazio che sembra impenetrabile( e lo sarebbe se ci si limitasse ai sensi), ma che si spalanca vasto e smisurato al pensiero che solo può superare l’ostacolo-siepe. Uno spazio “infinito” appunto in cui dominano sovrumani/silenzi (vv.5-6) e una profondissima quiete(v.6): il v. 6 racchiude i due elementi distintivi dello spazio infinito posti ad inizio e a fine verso, accompagnati da due aggettivi pregni di significato. La centralità del verso nelle sequenze è rafforzata dall’enjambement che lo lega al verso precedente, da una forte cesura che cade dopo il primo termine, isolandolo, e che coincide con la virgola e dalla dieresi che rende il termine quiete trisillabo. I quattro versi della seconda sequenza sono tutti legati dall’enjambement che non solo rallenta il ritmo dei versi, ma concorre a dare il giusto rilievo a termini come spazi (v.4), silenzi(v.6), quiete (v.6) e ad aggettivi come interminati (v.4) e sovrumani(v.5). Fra l’immensità e la ristrettezza dello spazio interno sembra che non ci sia la possibilità di contatto e di continuità, ma lo sguardo che è costretto ad arrendersi davanti ad un muro imperscrutabile trova il suo prolungamento nel pensiero che può vagare ed immaginare prescindendo dalle percezioni visive. La dicotomia tra spazio interno ed esterno è superata dal pensiero che può elevarsi e superare il limite, ma in questo sforzo il poeta si sente pervaso da un moto di paura. La voce del vento che fa muovere le foglie paragonata all’ infinito silenzio dello spazio esterno apre la riflessione sul tempo: la stridente contraddizione suscita il sentimento del tempo esterno, che coincide con l’eterno, con il passato e con la morte e del tempo interno tutto rappresentato dalla vita. L’alternanza finito-infinito, interno-esterno è sintetizzata anche dall’assonanza che lega sia voce(v.9) e morte (v.12) che vento(v.8) ed eterno (v.10). Il passaggio dal tema dello spazio a quello del tempo è bruscamente scandito dalla cesura, che coincide con i due punti, al v.10: anche questa terza sequenza è marcata dall’enjambement che lega tutti i versi, dalla sinalefe e dagli iati che non solo conferiscono una particolare ricchezza al metro, ma contribuiscono a creare un’atmosfera di pacata e distesa riflessione. La sensazione lascia il posto al ricordo e crea i presupposti per un nuovo sentire: l’infinito che il pensiero va scrutando si identifica, nella dimensione temporale, con l’eterno e con il passato così diversi dalla caducità e dalla fragilità del tempo concesso alla breve vita dell’uomo. L’ultima sequenza è tutta percorsa da una dolcezza e da un abbandono ineluttabili cui si arrende il pensiero dopo questo vagare, un abbandono impreziosito dall'uso connotativo del significante naufragare. L’apertura dell’idillio così intima e conosciuta è ripresa, nel finale, del dolce abbandono all'infinito e il componimento risulta imperlato da una struttura ad anello. Le parole-chiave dell’idillio sono silenzio (termine che compare ben due volte nel componimento al v.6 e al v.10)e quiete al v.6: la loro funzione sta tutta nella definizione dell’infinito. Essi, infatti, non appartengono alla sfera umana e tanto connotano l’infinito in quanto nell'immaginario rimandano ad un contesto di morte. Due termini cari a Leopardi e sempre usati per il loro pregnante valore evocativo. Il polisindeto, l’uso ben articolato degli aggettivi questo e quello, visualizzano la dialettica che sottende al testo ed esprimono l’ondeggiare tra realtà ed immensità che termina con il dolce naufragio dell’anima che chiude magistralmente un componimento emozionante in ogni verso: la dolcezza dell’abbandono è messa in rilievo dalla predominanza di vocali aperte, dall'allitterazione e dalla scelta dell’aggettivo dolce che , quasi lascivo e molle, sottolinea il profondo bisogno di un momento di pace dopo aver vissuto un’esperienza così emozionante.
mercoledì 21 agosto 2013
MORIRE DI “ DIVERSITA’'.
" Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia": sono le parole disperate che un giovane quattordicenne ha scritto prima di lanciarsi nel vuoto per porre fine ad un dolore che non riusciva più a sopportare, spaventato dalla sua diversità, soffocato dall'angoscia e dalla paura
del giudizio di una società fintamente bacchettona e moralista. Si muore ancora
per essere diversi…ma da chi? Quando si parla di omosessualità mi riaffiora il
ricordo del mio migliore amico, Daniele, che dopo un percorso faticoso,
sofferto e costellato di insidie mi chiamò per dirmi che doveva vedermi per
confessarmi una cosa che mi avrebbe lasciato senza parole( cosa assai
difficile!): era gay !!!!!! La mia reazione è stata di sorpresa in quanto io lo
sapevo da un pezzo, ma poi gli ho chiesto in che modo questa sua consapevolezza
avrebbe cambiato il nostro splendido rapporto. A distanza di quasi 25 anni so
che non è cambiato nulla, che abbiamo camminato insieme condividendo momenti
belli, difficili, assurdi amandoci teneramente come due esseri umani possono
fare.Gli omosessuali hanno due occhi, due orecchie, due gambe, due braccia,
bevono, mangiano, dormono e amano: perdonatemi, ma non riesco a capire in cosa
siano diversi!!! Amiamo le persone e basta e credo davvero che nessuno di noi
si ponga il problema di che tipo di rapporti sessuali abbia un amico o
un’amica: in camera da letto, tra due persone che si amano e che sono
consenzienti, può essere legittimo tutto, pertanto perché ci soffermiamo in
maniera morbosa sul fatto che due uomini o due donne possano amarsi? Persino il
Papa, sconcertando e lasciando basiti i suoi interlocutori, ha detto
chiaramente:” Chi sono io per giudicare un omosessuale?” e noi chi siamo? Diversi
sono gli uomini che picchiano e violentano le donne o i bambini, diversi sono
gli assassini, i truffatori, coloro che offendono la dignità e i sentimenti dei
loro simili, non gli omosessuali che di diverso, lasciatemelo dire, hanno il
dolore che questa società meschina e ottusa gli provoca. Mi rattrista che
questo tempo si lasci fagocitare da mille, inutili preoccupazioni e poi lasci
morire suicida un adolescente schiacciato dalla paura di non essere accettato
da una società sessista e macha oltre ogni limite. Oggi mi è capitato di
leggere che in Germania propongono di non assegnare un sesso ai neonati, ma di
indicare con una X l’attribuzione di un genere maschile o femminile, in attesa
che il bambino abbia le idee chiare su ciò che vuole essere. Forse a ciascun
essere umano dovrebbe essere garantita la libertà di scegliere e di seguire il
proprio cuore senza dare un peso così rilevante alla categoria sessuale, in
quanto ognuno vive la propria sessualità, che sia etero o omosessuale, nel
chiuso della propria stanza, ma ciascuno deve essere garantito e tutelato nella
libertà dei propri sentimenti. Provo un profondo senso di frustrazione pensando
alla solitudine di questo giovinetto, spaventato e intimorito dalla cattiveria
di un mondo che ancora non ha compreso una verità essenziale: siamo persone e
nulla più e ognuno ha il diritto e il dovere di essere felice e di vivere
secondo le proprie inclinazioni. Persino un mio alunno, qualche anno fa, sentì il
bisogno di rivelarmi questo segreto: a lui riuscii solo a dare un caldo
abbraccio, consapevole del percorso dolorosissimo che aveva dovuto compiere per
giungere a quella consapevolezza, lui così bello, intelligente e speciale. Potrei fare bella mostra di omosessuali famosi o riferirmi alla storia antica, quando essere omosessuali era "normale", ma questa disquisizione potrebbe indurre a pensare che servono esempi unici e rilevanti per " normalizzare" ciò che è già normale. Mi piacerebbe
una società in cui non fosse richiesto di esprimere la propria categoria
sessuale, in quanto questo dato mi sembra irrilevante e superficiale, ma una
società che assicuri a ciascuno di vivere la propria vita affettiva e sessuale
in pienezza e con la riservatezza che è diritto di tutti. Non facciamo crescere
i nostri figli con i paraocchi, ma insegniamo il rispetto per tutti gli esseri
viventi, non demonizziamo gli omosessuali, non confondiamo omosessualità e
pedofilia , mettiamo ordine semplificando i nostri rapporti con le persone che
ci stanno intorno e che non possono morire di indifferenza o di “ diversità”.
Gli omosessuali non sono più sensibili, più simpatici o più attenti alle
persone, sono uguali agli altri e possono essere pure insensibili, strafottenti
e idioti, proprio come tutti gli altri esseri umani. Non permettiamo a nessun
giovane adolescente di vivere la propria sessualità come un macigno che
potrebbe essere troppo pesante da portare da solo: educhiamo alla vita in
tutte le sue forme e nella sua grandiosa diversità.
mercoledì 24 luglio 2013
E-BOOK: LA SCUOLA PUO' ATTENDERE
La decisione del Ministro
dell’Istruzione Anna Maria Carrozza in merito alla necessità di differire di
almeno un anno l’obbligatorietà dei libri digitali nelle scuole ha lasciato
soddisfatti gli editori, meno l’opinione pubblica in generale. Le motivazioni
di tale scelta, riferisce il ministro, poggiano sulla considerazione che serve
più tempo per organizzarsi e per valutare le ricadute sulla salute dei giovani
utenti esposti ad un uso prolungato di strumenti tecnologici, oltre che denaro
per dotare le scuole e le case di banda larga e WI-FI. In realtà, su tutte,
sembrano prevalere le ragioni degli interessi economici degli editori che
nell'immediato dovrebbero mandare al macero moltissimi libri già stampati e,
soprattutto, vedrebbero notevolmente ridotti i loro profitti! La scuola italiana deve, purtroppo, fare i conti con
l’accusa di recepire troppo lentamente i segnali di cambiamento e di non essere tempestiva nel realizzare l’ammodernamento richiesto a livello mondiale, deve essere più competitiva e
fornire ai propri utenti strumenti più efficaci e al passo con i tempi, che
rispondano in maniera mirata alle richieste di una società globalizzata e
tecnologica e sembra che l’introduzione dell’e-book risponda a tutti questi
diktat. La nostra scuola così criticata, vilipesa, accusata di anacronismo,
di immobilità culturale eppure così poco considerata dai diversi governi di destra e di sinistra che si
alternano e che sistematicamente scelgono di non investire in
uno dei nodi essenziali, se non vitali, di una società che si rispetti, ora
sembra arrivata ad un bivio di fondamentale importanza: rendere obbligatorio
l’e-book pare proprio che possa rivoluzionare la scuola italiana, una panacea a
tutti i mali accumulati nel corso dei decenni!!! Francamente sorrido di fronte
a tante parole spese tra coloro che sono a favore e coloro che, per difendere i
propri interessi, oppongono motivazioni discutibili e poco credibili.
Da
insegnante, neppure troppo avanti con gli anni, dico che non potrei rinunciare
al piacere fisico dello studio, fatto dell’odore della carta, della matita che
sottolinea e ferma immagini, pensieri, che riassume, commenta e lascia una
traccia indelebile dell’incontro con il libro! Non nego certamente il valore e
l’importanza della tecnologia, ma il nuovo deve convivere con la tradizione e
con un modo di studiare che si è rivelato efficace e valido sempre e ovunque. I
nostri laureati esprimono, in moltissimi casi, eccellenze e competenze
qualificatissime, i nostri cervelli scappano all'estero per completare gli
studi e cercare un lavoro che il nostro paese, non la nostra scuola, gli nega!
Dobbiamo rivedere i programmi, forse persino il modo di insegnare, ma non mi
pare che la scuola abbia questa priorità in questo momento!!!! Parliamo di
e-book e in alcune scuole manca la connessione, parliamo di tecnologia avanzata
e le strutture di alcune , la maggior parte delle scuole, sono fatiscenti, per
usare un eufemismo! La riqualificazione della scuola passa prima di tutto dalla
creazione di ambienti accoglienti, puliti e sicuri, poi dal sacrosanto e giusto riconoscimento del ruolo sociale
e professionale dei docenti corrispondendo loro uno stipendio europeo (
perché essere moderni significherà pure adeguare gli stipendi oltre che
introdurre gli e-book!), infine dagli investimenti che il nostro paese,
che non riesce a tagliare le spese della farraginosa macchina statale ma nega
fondi alla scuola trasversalmente, non sembra intenzionato a fare!!!! Mi piace
l’idea di far risparmiare denaro alle famiglie sempre più in difficoltà, ma non
credo davvero sia questa la soluzione per ovviare ai troppi problemi della
scuola. Peccato che per cose del genere si accendano polemiche esagerate,
appassionate e mentre la scuola viene privata della dignità e dei mezzi minimi
di sussistenza nessuno si lanci in battaglie in difesa e a tutela di un
istituzione che rimane, per me e molti insegnanti, SACRA!!!!!!!!! Lavoriamo per
una scuola al passo con i tempi, diamo alla tecnologia il giusto valore e il
meritato posto nella vita di docenti e studenti, ma non perdiamo di vista, mai,
che la scuola è fatta di contenuti, di conoscenze e di competenze che insieme istruiscono gli studenti e che sono assolutamente complementari e tessere
imperdibili di un puzzle complesso da ultimare: la formazione dei nostri giovani!
giovedì 11 luglio 2013
FERMIAMO QUESTA STRAGE
Penso alla solitudine di questo bambino, al senso di vuoto con cui dovrà fare i conti, ai perché cui dovrà dare risposte, al senso di frustrazione che dovrà imparare a gestire, al senso di solitudine profonda e irrimediabile con cui dovrà imparare a convivere. Nel profondo, tuttavia, voglio sperare che questa società che non ha saputo proteggere la sua mamma tanto coraggiosa e forte, sappia offrire a questo bambino tutto l’aiuto possibile perché lui possa metabolizzare questa tragedia, perché non cresca nell'odio e nel desiderio di vendetta, perché si spezzi questa maledetta catena di male per male, perché lui abbia la possibilità di scegliere senza sentirsi segnato da un destino già scritto e che non si può cambiare. Mi piace credere che questo bambino sia messo in condizione di superare il dolore, il male, di comprendere che spesso non ci sono risposte esaurienti a tutto ciò che la vita ci pone innanzi, ma che c’è sempre la possibilità di prendere in mano il proprio destino e volgerlo al meglio. Questo bambino dovrà “perdonare” e non in senso cristiano, ma dovrà perdonare nel senso di accettare e lasciar andare i fantasmi che lo tormenteranno e non gli daranno pace. Spero che qualcuno ricorderà a questo bambino, una volta adulto che, come scrive M. Gramellini: “ I se sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi nonostante”. Buona vita piccolo!!!!!
venerdì 5 luglio 2013
ESSERE INSEGNANTI OGGI
La mia riflessione nasce
dall'urgenza di ridefinire e rinfrescare a certi colleghi quali sono i compiti
precipui della scuola e quale è la grande responsabilità che ci assumiamo ogni
volta che entriamo in classe. Una parola importante e un diktat per la scuola è
orientamento, che sintetizza, a mio
avviso, tutto ciò che il lavoro di un insegnante deve mirare a raggiungere al
di là delle singole discipline. Il termine “orientamento” deriva dal latino oriens, orientis, participio presente
del verbo oriri (“nascere”), che
grazie al suffisso, esprime una decisa valenza strumentale: l’orientamento,
dunque, è lo strumento per la nascita, aggiungerei, di sé. Tra gli
obiettivi dell’orientamento scolastico va infatti riconosciuto, oltre alla
volontà di agevolare i processi di scelta dell’alunno, il dovere di affiancarlo
nella costruzione di un’immagine positiva di sé e nei primi passi di apertura
verso il futuro. In una società in cui le parole d’ordine sono innovazione,
flessibilità, adattabilità e riconversione, la scuola deve porsi come punto di
riferimento stabile e costante, nonché assumersi la responsabilità di
trasferire agli alunni progettualità ed autonomia decisionale come veri e
propri stili di vita. Il compito orientativo della scuola si deve esplicare
attraverso interventi, diversi per la loro specificità, che postulino un
disegno unitario fondato sul criterio di continuità. L’orientamento deve esser
un processo in fieri, caratterizzato
da azioni coordinate e continuative che inizino dalla prima infanzia,
individuino bisogni e aspettative ed indirizzino i processi verso una migliore
qualità della vita, nella prospettiva finale di una crescita individuale ma
anche, di riflesso, collettiva. Soltanto un processo orientativo così delineato
potrà assicurare il diritto allo studio, cioè l’opportunità per ciascuno di
raggiungere la propria maturazione, e sarà dunque allo stesso tempo un
risolutivo strumento d’intervento contro la dispersione scolastica. Occorre,
insomma, che la scuola continui a fornire i contenuti, essenziali per dare qualità
e spessore agli studenti, ma nello stesso tempo tenga conto delle singole
individualità. Ciascun docente ha il sacrosanto dovere di privilegiare la
diversità e di mirare a rendere l’alunno consapevole dei suoi mezzi e
promuovere la persona, privilegiando un insegnamento “strategico” e
individualizzato nel rispetto della diversità del singolo. Il nostro obiettivo
come insegnanti deve essere quello condurre gli alunni ad acquisire conoscenze
concrete e spendibili ai fini di una scelta più consapevole e meno episodica ed
emozionale. Perché insisto su questo tema? Perché “ fare orientamento” ci
costringe a partire direttamente dal vissuto dei nostri studenti, a conoscere le loro capacità, ad aiutarli ad
avere stima di sé, a percorrere con loro una strada che li renda consapevoli
delle proprie potenzialità, dei propri limiti, a guidarli a vivere la diversità
come un valore che arricchisce gli strumenti di cui dispone un docente e avvia
nuove e più efficaci strategie didattiche. In una scuola che sta cambiando, che
punta ad una scolarizzazione di massa nell'apparente tentativo di elevare il
livello culturale dei nostri giovani, non è più possibile insegnare guardando a
standard predefiniti e impersonali, ma è diventato prioritario studiare
strategie mirate, nel tentativo di stimolare e sfruttare le qualità, le
attitudini e le disposizioni degli alunni.
Non è più pensabile il docente che
entra, si siede, spiega la sua lezione e assegna i voti non ponendosi il
problema delle difficoltà degli alunni o, semplicemente, dei diversi tempi di
apprendimento. Attenzione, però, a non lasciarci indurre in errore: la scuola
non può e non deve essere privata dei contenuti che restano fondamentali per
conservare e mantenere vivo tutto il nostro vastissimo patrimonio culturale del
quale i giovani devono avere coscienza e consapevolezza, ma non può non
adeguarsi ad una società che cambia e che le affida compiti sempre più
disattesi dalle famiglie. Che ci piaccia
o no il ruolo dell’insegnate richiede un apertura al “counseling” e alla
consapevolezza che per aiutare i nostri studenti non dobbiamo fornire loro
soluzioni pronte e preconfezionate, ma aiutarli a comprendere la situazione in
cui si trovano, a riconoscere le difficoltà e a gestire strategie di azione per
superare gli ostacoli. Orientare, per me, significa insegnare ai giovani a
vivere mettendosi continuamente in discussione, riconoscere punti di forza e di
debolezza, sfruttando i primi e lavorando sui secondi per raggiungere una buona
qualità di vita. Tutto il mio discorso ( alcuni storceranno il naso!) non punta
a fare della scuola una succursale di Caritas o un centro di ascolto, ma ha
come obiettivo la riflessione che il nostro lavoro non si può limitare alla
trasmissione di contenuti senza passione e senza coinvolgere e lasciarsi
coinvolgere dai ragazzi. Quella con i ragazzi è una relazione che, talvolta,
dura anni e che implica un coinvolgimento emotivo e umano forte e difficile.
Storicamente all'insegnante è sempre stato affidato il compito di educare,
rendere consapevoli, trasmettere valori e contenuti e fornire esempi di vita ai
giovani che gli vengono affidati: oggi più che mai davanti ad una società che
non è attenta ai giovani, alle loro richieste, alle loro fragilità la scuola
deve, nei limiti degli strumenti di cui dispone ma forte delle competenze e delle
risorse umane e professionali dei docenti, diventare un punto di forza della
nostra società e un riferimento sicuro per gli studenti. Credo che sia questa
l’unica strada che abbiamo come docenti per riprenderci il posto che ci spetta
e che meritiamo nella società: essere professionali, tenere il passo con una
società che cambia e non avere paura di lasciarci coinvolgere dai ragazzi, non
mordono, studiano poco ma sanno essere riconoscenti e dare affetto in modo
inatteso…è la parte più bella di questo lavoro!!
martedì 2 luglio 2013
“ SOLO I COLTI AMANO IMPARARE, GLI IGNORANTI PREFERISCONO INSEGNARE”
Una frase lasciata su uno
stato di facebook per esprimere il disappunto per un esame che non è stato
soddisfacente, una frase lapidaria riferita ad un insegnante che, forse, non ha
fatto bene il suo lavoro eppure, per me, questa frase astiosa rappresenta il
dolore per l’ennesimo fallimento di una istituzione sacra e preziosa quale è la
scuola. Ora sarebbe facile rimbrottare la studentessa, chiederle di riflettere
e di cercare le cause di quanto le è capitato, la sua percezione dell’insegnante è stata, a dir poco negativa, e questa massima tanto vera per
ciascun docente che ami e rispetti questo lavoro, diventa amaro sfogo e monito
a recuperare la dignità di adulti e di docenti. Questa scuola che va alla
deriva, questi insegnanti vilipesi, sottopagati, sviliti nel ruolo che da
sempre gli ha richiesto la cura e la crescita delle nuove generazioni, che non
sono più in grado di comprendere che di fronte ad una scuola che cambia, in
meglio o in peggio non importa, bisogna tenere il passo. Che cosa abbiamo
perso? Fanno male solo a me le parole di una giovane ferita, amareggiata e
delusa non dalla sua prestazione , ma dall'atteggiamento ottuso, meschino e
scorretto di un insegnante che in questi anni doveva lasciarle qualcosa di
importante da spendere proprio in un momento delicato come l’esame di Stato?
Tutti noi insegnanti sappiamo bene quanto sia difficile lavorare con questi
ragazzi sempre più soli, sempre più fragili, sempre più demotivati, sappiamo
quanta poca complicità ci sia tra noi e le famiglie che ci percepiscono come
nemici da combattere e da cui proteggere i propri figli, ma siamo davvero
sicuri di non aver perso la dignità del nostro ruolo, la consapevolezza del
valore sociale, civile e umano del nostro lavoro? Lo stipendio non è
gratificante, ci manca la tutela, il riconoscimento sociale, la forza per
combattere un sistema che ci fagocita e ci spinge a diventare burocrati senza che
possiamo ribellarci, ma in tutto questo, purtroppo, si fa largo l’indifferenza
e la demotivazione di certi colleghi che non sono in grado di costruire una
relazione formativa efficace con gli studenti, fatta di complicità, di serietà,
di ore impiegate a spiegare, a raccontare attraverso le proprie conoscenze come
si diventa uomini e donne, fatta di empatia, di rapporti personali che si
devono cementare per rendere accogliente
l’ambiente formativo. Mi spiace che una giovane studentessa esca dalla scuola
con tanta amarezza nel cuore e tanta rabbia, lei è l’ennesimo fallimento di un
sistema che da una parte lotta per esistere all'interno di uno Stato che sembra
puntare al livellamento culturale e favorisce l’appiattimento, dall'altra deve, invece, grazie ai propri valori e alle proprie consapevolezze rivendicare la
propria funzione educativa, recuperando la giusta relazione con i ragazzi e,
magari, con se stesso!!! Anche io ricordo una insegnante che non riusciva
proprio a comprendere il caratteraccio di una studentessa curiosa, in cerca di
un importante riscatto sociale, piena di voglia di imparare ma difficile da
guidare: sento ancora le sue parole dure, umilianti e gratuitamente cattive
rispetto ad una manifesta intenzione di fare l’insegnante da grande……Ripenso
ancora a quell'insegnante che, attraverso la sua chiusura e l’incapacità di
comprendere una giovane studentessa certo intemperante, irruenta, rompi
scatole, ha insegnato a quella giovane
oramai donna che cosa non si deve fare mai con i propri studenti! Lei mi ha reso
attenta ai bisogni dei ragazzi, mi ha insegnato che sono io l’adulto e che devo
andare io incontro a loro e che devo essere io ad infrangere la loro diffidenza
e a guadagnare il loro rispetto. Porto
nel cuore ancora quella delusione, quella umiliazione, ma so che da quel dolore
è cresciuta l’insegnante che oggi ama questo lavoro per l’opportunità che le
offre di stare a contatto con i ragazzi, di scambiare con loro sapere, vita,
complicità e comprensione. Solo se riusciamo a costruire con questi giovani un
rapporto proficuo fatto di rispetto e complicità, riusciremo a riprenderci ciò
che la società odierna ci toglie ogni giorno: il ruolo fondamentale nella vita
dei giovani che con noi devono imparare a conoscere, che con noi devono fare un
percorso di crescita che li renda autonomi e pronti a costruire se stessi e la
propria identità sociale e civile. Mi spiace per quei giovani che incontrano
insegnanti non degni di questo nome ( di cui, purtroppo, la scuola è piena!!!)
e dimentichi della responsabilità che hanno, ma so che anche dalle brutte
esperienze si può partire per crescere ed essere migliore di chi non ha
mantenuto fede all'impegno preso con i suoi studenti e, forse, con se stesso!!
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