domenica 9 febbraio 2014

ANALISI DEL TESTO: " IL TRENO HA FISCHIATO" DI LUIGI PIRANDELLO





La novella fu pubblicata per la prima volta il 22 febbraio 1914 sul “Corriere della sera”. Dopo essere stata raccolta nel volume La trappola del 1915, nel 1922 venne inserita nel progetto Novelle per un anno, all’interno del volume IV, intitolato L’uomo solo. La novella racconta l’improvvisa “pazzia” di un impiegato modello, Belluca, che un giorno decide di non sopportare più le angherie e le vessazioni del suo capoufficio e che, per questo, viene portato in manicomio. Sarà proprio il fischio del treno, che dà alla novella il titolo, a spalancargli il mondo dell’immaginazione e della fantasia troppo a lungo soffocato dalla routine e dal grigiore della sua vita modesta: come spesso accade nelle storie pirandelliane, un fatto banale segna la svolta inattesa e inaspettata, scandisce il passaggio dalla “sanità” alla follia vanificando ogni confine netto e premarcato. Attraverso un dettaglio piccolo, “normale” il protagonista si riscopre e giura di non volersi lasciare più. La figura del protagonista richiama quella dei molti impiegati piccolo borghesi di epoca giolittiana, fagocitati da un lavoro meccanico e spersonalizzante e penalizzati da una condizione di miseria, ristrettezze e sofferenza. Belluca e con lui l’impiegato medio, però, non è tanto e solo la rappresentazione della condizione di una precisa classe sociale, quanto la rappresentazione della squallida condizione dell’esistenza umana in generale. Non è Belluca intrappolato in un lavoro ripetitivo, alienante e annullato da una famiglia ingombrante e opprimente, ma l’uomo in generale, l’uomo che ha ingaggiato una lotta impari con l’impossibilità di eguagliare modelli irraggiungibili per tenere il passo di una società che annienta ogni valore e ogni cosa buona. L’esordio della novella, in medias res, disorienta il lettore che fatica a comprendere i fatti e l’accaduto, ma che capisce subito che il caso occorso al “povero Belluca” non era quello che tutti immaginavano, fingendo una ridicola e affatto credibile pietà per quell’uomo al quale, come il misterioso narratore suggerisce, era accaduto un caso naturalissimo. Il cinismo dei colleghi emerge drammatico quando il protagonista comincia ad essere descritto come un uomo mansueto e sottomesso, …metodico e paziente…circoscritto: nessuno avrebbe mai potuto neppure lontanamente immaginare che un uomo così mediocre, così avvezzo a subire dalla vita, dai colleghi, dal capoufficio potesse , un giorno, stancarsi e ribellarsi. Sin dall’esordio del racconto Pirandello propone al lettore il confronto tra due verità diametralmente opposte, eppure assolutamente possibili entrambi: per i medici e i colleghi Belluca è impazzito di punto in bianco, per il narratore allodiegetico  e il protagonista , invece, è solo accaduto un fatto naturalissimo. La verità, dunque, ci appare sin dalle prime battute, relativa, mai chiara e netta. Da una parte si pone il giudizio frettoloso di chi conosce solo una piccolissima parte della quotidiana vita di Belluca, di chi in modo sommario, superficiale e un po’ livido e irriverente ostenta una pietà insulsa e falsa, dall’altra si introduce il tentativo, sia pure relativo e soggettivo , del narratore di comprendere le ragioni profonde che hanno spinto Belluca a spezzare le catene della sua grigia esistenza. La verità deve essere ricercata, investigata, analizzata e deve poggiare su un solido tentativo di analisi e conoscenza, non sulla superficialità del giudizio comodo e privo di un valido fondamento. La colpa di Belluca è solo quella di voler rompere la monotonia, la routine di un’esistenza segnata dall’alienazione familiare e lavorativa per via di un impiego ripetitivo, monotono e spersonalizzante. Attraverso l’uso dell’iperbole, Pirandello ci descrive la famiglia di questo uomo: una moglie cieca, fatto che fa provare al lettore sincera pietà, una suocera e una sorella della suocera anch’esse cieche, due figlie vedove con sette figli da ospitare e mantenere e l’effetto paradossalmente esilarante è ottenuto! Il prototipo del buon padre di famiglia che deve lavorare per mantenere amorevolmente i suoi cari, non fargli mancare nulla viene stravolto da questa sfortunata e assurda famiglia che il povero impiegatuccio fatica a mantenere, dove addirittura trovare un posto per dormire a tarda sera è una sorta di scontro tra titani. Allora il poveraccio, per arrotondare il misero stipendio, si porta a casa altro lavoro da completare, in attesa di cadere tramortito e privo di sensi su uno scalcinato divano che lo accoglie come unica consolazione dopo una giornata di duro e umiliante lavoro. Il motivo sentimentale e commovente del padre che si sacrifica silenzioso e forte per il bene della sua famiglia, viene dissacrato da Pirandello, portato al ridicolo attraverso quel “ sentimento del contrario” che spiega il riso amaro che accompagna le vicende più cupe dell’esistenza di ciascun uomo. L’uomo che Pirandello ci propone non è dominatore e artefice del proprio destino, come ancora certa borghesia ottocentesca si ostina a credere, ma è spesso frantumato, ha perso la certa identità a vantaggio di una miriade infinita di io alla ricerca di se stessi e dell’ unità ,ormai, irrimediabilmente franta e irrecuperabile. La grande industria, l’uso delle macchine che hanno ridotto l’uomo a compiere un lavoro meccanico che nega qualsiasi partecipazione personale e originale e che lo costringe ad un lavoro solitario e ripetitivo, la burocrazia che annulla l’identità dell’uomo, ne divora la personalità e lo riduce ad un numero, tanto fondamentale quanto spersonalizzante, le grandi metropoli che hanno di fatto annullato ogni possibilità di contatto umano, allontanando gli uomini gli uni dagli altri e costringendoli ad una solitudine esistenziale senza precedenti: Belluca è vittima di tutti questi straordinari cambiamenti. L’uomo oramai è in trappola: la vita è una condizione carceraria da cui l’uomo tenta di evadere, ma finisce con l’essere irrimediabilmente schiacciato e deluso. Ormai è chiaro, al maestro, che l’uomo è vittima delle convenzioni sociali, costretto a trovare il suo ruolo in questa grande “pupazzata” che è la vita, costretto a morire mentre è ancora in vita senza riuscire ad opporsi ad un destino ineluttabile. Il dolore dell’uomo pirandelliano è il dolore di chi rifiuta i meccanismi sociali, i ruoli che la società impone e che cerca disperatamente l’autenticità, la spontaneità, le tracce della propria personale  e straordinaria esistenza. Una società che Pirandello demistifica, che rifiuta ma in cui l’uomo è costretto a vivere per esistere, per essere certo di esserci, per essere considerato essere umano. Ma la trappola più terribile è la. famiglia: Pirandello coglie il senso devastante di questa sacra istituzione, analizzandola cinicamente e con disincanto. La famiglia vanifica ogni tentativo di indipendenza dell’uomo, lo riduce a piccolo ingranaggio con una serie di movimenti già scritti, con un copione che non lascia spazio all’improvvisazione, soffoca l’aspirazione dell’uomo ad affermare la propria libertà, lo vincola in un meccanismo di odio, tensione sociale, ipocrisia, menzogna e lo snatura. Accanto alla famiglia l’altra trappola è rappresentata dalla posizione economica e dal lavoro :il bisogno, tutto sociale, di avere un lavoro che consenta di mantenere dignitosamente la famiglia, un lavoro, per la maggior parte degli uomini impiegatizio, fatto di gesti ossessivamente ripetitivi che non richiedono grandi capacità o straordinarie qualità, ma solo un meccanicistico ripetersi lento, metodico e frustrante di gesti sempre uguali. Che cosa rimane allora, all’uomo? Nulla. Pirandello attacca e demolisce la società e le sue regole ferree e limitanti, ma non riesce a trovare una via d’uscita: la vita è una condanna al dolore senza appello e senza possibilità di riscatto. Eppure Belluca, ad un certo punto trova un modo per riprendersi la sua dimensione di essere umano: il fischio del treno gli ricorda che fuori c’è la vita, che fuori c’è un mondo che si muove, che respira, che forse non tutti sono così maledettamente infelici e soli, che si può viaggiare lasciando alla mente la libertà di vagare, la vita, attraverso il fischio del treno, rientra prepotente nell’esistenza dell’uomo Belluca e, in opposizione agli spazi angusti che hanno finora accompagnato la descrizione delle vicende di questo impiegato, gli spalanca spazi aperti, sterminati e percorribili senza paure o senza perdere di vista il ruolo che la società gli ha assegnato. La vita che rientra, gli provoca un trauma terribile: da uno stato catatonico ad uno stato di frenesia, di delirio da riscoperta della vita tanto che non gli riesce di controllare le sue reazioni, certo, ha esagerato un po’, ma ora sa che quando vorrà, potrà chiudere gli occhi e respirare a pieni polmoni la vita, viaggiando e  immaginando distese azzurre e città e luoghi sconosciuti. Ma Belluca, a differenza di altri eroi pirandelliani, non sceglie di evadere definitivamente, non si ribella e basta, anzi ritorna alle sue responsabilità con un senso nuovo di ritrovata libertà, l’evasione sarà momentanea, egli torna, mansueto e circoscritto, a rivestire i panni del buon padre di famiglia che responsabilmente la mantiene  e svolge il ruolo assegnatogli dalla società, ma si lascerà qualche momento di fuga per consolarsi di una vita ingiusta e senza soddisfazioni. La novella rivela l’uso sapiente dell’arte umoristica di Pirandello che, in una saggio, egli stesso cerca di spiegare in contrasto con la comicità:  la riflessione serve a passare dall’ ”avvertimento del contrario” proprio del comico, al “sentimento del contrario” proprio dell’umoristico.  Solo la riflessione restituisce alle situazioni il giusto valore e aiuta a comprendere i meccanismi profondi che determinano l’esistenza, i sentimenti, i pensieri e la vita stessa, una riflessione che poggia proprio quasi esclusivamente sull’analisi  della disarmonia, della contraddizione, del grottesco, del ridicolo, dell’esagerazione in opposizione alla consolidata prassi letteraria che tende sempre a comporre i dissensi e a ridurli a forma ordinata e, per molti versi, assai più rassicurante. La struttura della novella predilige l’intreccio, tempo della storia e del racconto, dunque, non coincidono e risultano impreziositi da analessi e dettagli della vita del protagonista che il suo vicino di casa vuole rendere noti al lettore per consentirgli di comprendere umanamente il caso di Belluca. Il quadretto che Pirandello ci fornisce del dialogo irreale del capoufficio e di Belluca che incalzato continua a ripetere che “ Il treno ha fischiato” è esilarante: l’ira del capoufficio si scontra con la ritrovata felicità di Belluca e non regge all’urto! L’uomo si infuria, non riconosce il mulo che era solito picchiare, offendere e maltrattare, addirittura l’uomo alza la voce e si ribella, lasciando il capo esterrefatto. A differenza dei colleghi di Belluca, l'io narrante, l'unico in grado di dare un senso alle cose, riesce a "riattaccare" quell'orribile coda al legittimo proprietario. Paradossalmente la scoperta del mostro (l'intera verità) non spaventa il narratore, tutt'altro. E' l'ignoranza la vera nemica, e non la conoscenza della realtà, per quanto cruda essa possa essere (come la "prigione" di Belluca): da "mostruosa", la coda diviene "naturalissima", "qual  dev'essere". Il risultato magistrale di ogni singolo scritto di Pirandello sta tutto in quella lucida, disincantata, a volte crudele analisi della società e dei meccanismi che la determinano e l’incapacità, tipica dell’uomo, di inserirsi in un sistema prevaricante e che non ammette debolezze, ripensamenti o, semplicemente, voci fuori dal coro.






venerdì 27 dicembre 2013

ANALISI DEL TESTO: " IL GELSOMINO NOTTURNO" DI GIOVANNI PASCOLI



Il gelsomino notturno

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E` l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.


“Il gelsomino notturno”, incluso nell’edizione dei Canti di Castelvecchio del 1903, rappresenta uno dei più significativi e complessi risultati del simbolismo pascoliano. In questa seconda raccolta poetica se da un lato sono ripresi il motivo naturalistico e famigliare, già ampiamente sviluppati in Myricae , dall’altro, si evidenzia il tentativo della ricerca di una liricità più distesa. Nella prefazione i Canti di Castelvecchio sono definiti dallo stesso autore “myricae” (citazione ripresa dalla IV ecloga virgiliana, ma in opposizione ad essa: se il poeta latino voleva innalzare il tono della sua poesia in quanto “…non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae”, Pascoli considera le umili piante come il simbolo delle piccole cose, oggetto della sua lirica) quasi a stabilire una continuità di fondo tra le due raccolte. Forse il venir meno di un certo frammentismo e il recupero, a partire dal titolo, dei “Canti” leopardiani, in particolare con la ripresa del motivo della ricordanza e del rapporto uomo-natura, costituiscono, insieme alla ricerca di una musicalità più complessa e al tentativo di audaci sperimentazioni metriche, i tratti distintivi della raccolta. Questa poesia fu composta in occasione delle nozze di un intimo amico di Pascoli, dato senza il quale i versi sembrerebbero una serie di notazioni impressionistiche, ispirate ad una situazione notturna e senza alcun legame tra loro. Si tratta, come alcuni critici hanno evidenziato, di un moderno epitalamio, in cui la narrazione dei piccoli eventi naturali che si susseguono dal crepuscolo fino all’alba, allude, simbolicamente e con estrema delicatezza, ma anche in maniera turbata e inquieta, alla prima notte di nozze dei due giovani sposi e al concepimento del loro primogenito cui verranno imposti i nomi di Dante Gabriele Giovanni. Al di là dell’occasione, l’importanza del testo e il suo valore semantico risiedono in un’alternanza di detto e non detto, in un continuo e sinestesico rimandarsi di vari elementi tra loro(oggetti, suoni, odori), in un segreto e misterioso legame tra immagini (la casa, il fiore, i morti, il nido) in cui il riferimento a traumi individuali è elemento imprescindibile per la comprensione della poesia. Questa è sorretta da una fitta rete di significati simbolici all’interno della quale si instaura da un lato una corrispondenza fra il ciclo erotico della natura e la notte nunziale, dall’altro un sistema di opposizioni tra le quali emerge, in particolare, quella tra casa nunziale e “nido”, inteso come forma di regressione infantile e consolatoria che segna l’esclusione dalla vita adulta. La narrazione lirica, dietro l’apparente facilità della poesia pascoliana, risulta scandita in tre momenti corrispondenti a distinti blocchi di significato: la rappresentazione notturna con la simbolica apertura del gelsomino (strofe 1-2); il processo di fecondazione, attraverso l’immagine vegetale, allusiva di un altro rito, cioè quello che si svolge nel mondo umano (strofe 3-5); la chiusura, all’alba, dei petali del fiore, segno della compiuta fecondazione(strofa 6). L’incipit (  E s’aprono…) sembra, per la presenza della congiunzione, far riferimento ad una meditazione già avviata dal poeta quando, all’imbrunire, i gelsomini aprono la loro corolla e lui ripensa ai suoi cari defunti di cui le  farfalle crepuscolari rappresentano una simbolica allusione. E’ già qui, tutto presente, per quanto velato da un forte simbolismo, il contrasto vita-morte: di notte, simbolo della morte, i gelsomini aprono la loro corolla, per un processo di fecondazione simbolo della vita, ed il pensiero del poeta va, per analogia e per contrasto, a quello dei suoi familiari scomparsi. La sera, con l’oscurità, porta il silenzio e il riposo ( Da un pezzo si tacquero i gridi…), solo in una casa, rispetto alla quale il poeta è esterno (), qualcuno è ancora sveglio e parla a bassa voce (…bisbiglia…) in un’atmosfera di affettuosa protezione, rappresentata dal nido (Sotto l’ali dormono i nidi…”), rifugio per eccellenza. Quando tutto sembra dormire i gelsomini si aprono emanando un profumo che ricorda quello delle fragole mature mentre, al primo piano della casa (… nella sala…) una luce ancora accesa testimonia che i due giovani sposi sono ancora svegli. Se da un alto, dunque, emerge la corrispondenza tra fecondità naturale e fecondità domestica, dall’altro, la continuazione della vita, rappresentata dalla lampada accesa ( Splende un lume…), si contrappone,  nuovamente, anche se solo per un attimo, ad un’immagine mortuaria, all’interno della quale è possibile, tuttavia, notare un richiamo contrastivo alla vita reso dall’immagine dell’erba che nasce sulle  fosse , cioè sulle tombe. In un primo momento la rappresentazione del mondo notturno si estende, simbolicamente e per analogia, all’ape che, ritorna tardi al suo alveare, luogo fecondo e vitale per eccellenza, non riesce ad entrarvi e, quindi, vi sia aggira intorno col suo ronzio. Successivamente, attraverso un gioco di parole e in un’apparente continuità semantica col mondo animale, il poeta fa riferimento alla costellazione delle Pleiadi comunemente chiamata, nel mondo contadino, “ Chioccetta”. Il fanciullino pascoliano sviluppa, dunque, in un’immagine giocosa, la metafora iniziale: l’aia azzurra è il cielo, mentre le stelle pigolano per analogia con i pulcini ,laddove il pigolio, oltre ad assumere un valore onomatopeico attraverso un rapporto analogico basato su una somiglianza di significante, richiama il luccichio. In questa atmosfera suggestiva e onirica, mentre il profumo inebriante dei gelsomini viene diffuso (…s’esala…) dal vento per tutta la notte, la luce, prima accesa nella sala, si sposta su per la scala al secondo piano, quindi alla camera da letto, dove i due sposi si congiungeranno e genereranno una nuova vita. Il brillare e poi lo spegnersi della luce è seguito dai puntini di sospensione che indicano un’ interruzione intenzionale della frase per cui viene affidato al lettore il compito di completarne il senso in riferimento all’intimità della situazione. La strofa finale, con il sopraggiungere delle prime luci dell’alba allude all’avvenuto concepimento nell’ambito di un ulteriore e non detta corrispondenza tra la fecondazione del fiore e quella della giovane sposa: la chiusura dei petali, un poco gualciti, dentro l’ovario del fiore umido e nascosto e il maturare al suo interno del polline che lo ha fecondato assume, metaforicamente, il valore di una promessa di vita anche per i giovani sposi. Non sfugge, d’altro canto, che proprio nella sua conclusione e in immediata continuità con l’immagine del fiore che invita all’amore, la lirica richiama nuovamente il motivo della morte, per l’ambiguità di senso che reca con sé l’utilizzo della parola  enigmaticamente riferita da un lato alla corolla chiusa in quanto fecondata, dall’altro all’urna cineraria e quindi al suo uso poetico per tomba o sepolcro. Il titolo della lirica anticipa una delle parole chiave della poesia e, nello stesso tempo, prelude ossimoricamente, nella iunctura indeterminata e analogica con l’aggettivo notturno, a quel filo lirico connesso con l’area semantica della morte. Sembra, tuttavia, precaria ogni distinzione di confine tra area semantica positiva e negativa nel senso che le immagini del fiore, dei morti, della casa, del nido si alternano secondo un principio di immediata contiguità per cui il quadro notturno, apparentemente idillico e armonico, nasconde segrete tensioni. Il senso del mistero si esprime sia attraverso una serie di analogie simboliche che attraverso un gioco sonoro con il quale il poeta sembra disperdere nei versi i fonemi che compongono la parola “urna”. A prescindere dal v.3 in cui al termine tecnico viburni relativo al mondo naturale sembra essere assegnata una funzione eminentemente rivelatrice, è possibile schematizzare la scomposizione di “urna” in allitterazioni e consonanze conseguenti: U ( nottUrni, crepUscolari, lUme),R ( apRono, caRi, faRfalle, gRidi, doRmono, odoRe, eRba, taRdiva, nottuRni, vibuRni, sussuRra, azzuRra), N (Nidi, Nasce, Notte, priMo, Nuova), A ( trovAndo). Il fonosimbolismo pascoliano valendosi, dunque, di un linguaggio in cui i suoni sono di per sé carichi di significato conferisce autonomia al significante ed instaura relazioni foniche tra le varie immagini, sovente rappresentate da parole onomatopeiche (bisbiglia, esala, sussurra, pigolio). A livello metrico-ritmico l’impiego del novenario, non molto usato nella nostra tradizione lirica e letteraria e ripreso proprio da Pascoli, conferisce alla poesia un ritmo lento e spezzato determinato da pause e da una fitta interpunzione quasi che l’autore fosse alla ricerca di una musica franta, intima, espressione dolorosa dell’esclusione dell’io lirico dalla possibilità di un rapporto amoroso, esclusione simbolicamente rappresentata dall’ape tardiva che non è riuscita ad entrare nell’alveare, metafora della vita adulta. Il testo risulta diviso in sei strofe costituite da quartine a rima alternata(ABAB) ciascuna delle quali è scomponibile in due novenari dattilici e due trocaici sempre divisi, tra l’altro, dal segno di interpunzione. Si notino, inoltre, gli enjambement il cui uso conferisce un singolare rilievo alle parole divise che, isolate, dilatano il ritmo e creano una particolare atmosfera, e le sinalefi che contribuiscono a determinare quella situazione di immediata contiguità fra le immagini. Rispetto alla lingua della tradizione si rileva, da un alto un atteggiamento di evasione attraverso il preziosismo delle voci tecniche o popolari relative al mondo della natura, dall’altro, sebbene in misura minore, un atteggiamento di ritegno attraverso il ricorso a termini aulici ( crepuscolare, esala, tardiva, gualciti, urna): tuttavia, in entrambi è lo scarto dalla norma a valere da parametro in quanto l’esercizio del privilegio linguistico è espressione di quel privilegio conoscitivo teorizzato nel “ Fanciullino”. Da un punto di vista retorico occorre evidenziare una serie di figure di ordine: la frequente inversione (vv 1-3-5-7-11-12-19-20-21-22) che rovesciando il normale ordine sintattico, sottolinea la valenza semantica dei predicati; il chiasmo presente ai vv 7-8 che, collegando tra loro le ali e le ciglia e i nidi e gli occhi, produce una significativa modulazione musicale e sottolinea, dopo il riferimento alla casa, l’importanza che il luogo chiuso assume nell’immaginario poetico pascoliano che qui, tra l’altro, fa ricorso a figure di significato come la metonimia al v 7 e la sineddoche al v 8; l’anafora( là…là- sotto…sotto- si esala l’odore…si esala l’odore-passa…passa) che ha la funzione di rimarcare, enfaticamente alcune immagini; l’uso, infine, dell’asindeto che, sopprimendo i legami di congiunzione e sostituendoli con i segni di interpunzione, crea delle pause di carattere allusivo all’interno di un susseguirsi di sensazioni visive, olfattive e acustiche il cui movimento è dato dalla contiguità degli accostamenti e da un gioco di dissolvenza. Il  Gelsomino notturno risulta intriso di una serie di figure di significato in cui è predominante l’aspetto simbolico e metaforico ravvisabile nelle ipallagi ai vv 1-4(…fiori notturni…farfalle crepuscolari), nell’antitesi che si instaura tra il silenzio notturno e il bisbiglio degli sposi nella casa; nella metonimia del v 5 che sostituisce il contenuto con il contenente; nella sinestesia che si instaura tra il colore rosso delle fragole e l’odore dei fiori allo stesso modo in cui la visione del luccichio delle stelle si trasforma in un pigolio; infine nell’immagine tutta metaforica dell’ultima strofa che ruota intorno all’uso del termine urna. Ricorre, inoltre, l’antitesi nell’accostamento dentro/fuori, chiuso/aperto, vita/morte: in particolare quest’ultima coppia antitetica ci conduce ala considerazione della funzione inibitrice dei morti nella poesia pascoliana, espressione di un continuo pericolo che mette a repentaglio lo stesso soggetto individuale facendone un escluso ed impedendogli di realizzarsi, al di là del nido, attraverso una vita adulta di relazione.

sabato 2 novembre 2013

Analisi del testo: " Spesso il male di vivere ho incontrato" di Eugenio Montale




“ Spesso il male di vivere ho incontrato” di Eugenio Montale


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.





Testo emblematico della produzione poetica montaliana la quale riflette, soprattutto nella sua prima fase, la consapevolezza di un mondo dominato dall’incertezza e dalla contraddizione, la lirica Spesso il male di vivere ho incontrato esprime il modo di una tipica condizione di malessere esistenziale. Inclusa nella raccolta “Ossi di seppia”, apparsa nel 1925, il cui titolo allude, quasi in veste di “correlativo oggettivo” d’apertura, all’aridità e all’estraneità del vivere dell’uomo contemporaneo, essa presenta non in forma concettuale o analogica, bensì in maniera emblematica il senso indecifrabile dell’esistenza. Tale operazione letteraria va collocata e intesa all’interno di un più ampio quadro storico-culturale che configura, agli inizi del Novecento, una situazione di crisi, peraltro già avvertita alla fine del secolo precedente, la quale, venuto meno il rapporto diretto con la realtà e la fiducia di stampo positivista, determina l’emergere di nuove e, per certi aspetti, “sovversive” tendenze letterarie. La conseguente sensazione di precarietà e insicurezza, connessa, sul piano culturale, alla “perdita d ’aureola” del poeta o di quello ideologo e mediatore, su quello storico, alla tragica esperienza della Grande Guerra e alla situazione di instabilità che, negli anni successivi alla sua conclusione, agevoleranno l’affermarsi del fascismo prima, del nazismo poi, determinano il momento rivoluzionario delle Avanguardie e la tendenza all’Espressionismo cui seguirà, negli anni Venti, un complessivo ritorno all’ordine, rappresentato in Italia dalla rivista “ La Ronda”. E’ significativo che proprio nel 1925, anno in cui il fascismo si trasforma in regime esca “ Ossi di seppia” di Montale, raccolta ispirata a un ripiegamento esistenziale di tipo post-espressionista. Le soluzioni stilistiche e formali e le scelte tematiche del poeta , in cui alcuni critici hanno rintracciato influenze di Camillo Sbarbaro e di Thomas Eliot (è quest’ultimo ad aver usato l’espressione correlativo oggettivo) , tra i contemporanei, la presenza di Leopardi tra i predecessori, dunque, riconducibili ad un senso di negatività assoluta e ad un “ male di vivere” che diventa una condizione storica ed individuale colta nel suo aspetto misterioso si estende all’intera dimensione dell’esistenza, colta nel suo aspetto misterioso e incomprensibile. Sottoposto a spinte di tendenze poetiche diverse, tra le quali è opportuno ricordare non solo quelle simboliste desunte sia da dalla poesia francese sia da quella italiana(da Pascoli e soprattutto da D’Annunzio) ma anche quella dantesca(sotto l’influenza di Eliot), il libro del 1925 è stato paragonato ad una sorta di “ romanzo di formazione” attraverso il quale l’autore, a partire dallo smemoramento nella natura cui segue il disincanto della maturità, perviene alla coscienza morale quale stoica accettazione della vita su una terra desolata in cui ognuno deve essere chiamato a compiere il proprio dovere al di sopra e al di fuori di ogni compenso. Le tappe di questo itinerario poetico, il cui approdo sembra non smentire l’influenza leopardiana, sono scandite dalle quattro sezioni  di Ossi di seppia che accoglie nella sezione omonima( la seconda) “Spesso il male di vivere ho incontrato”, lirica in cui domina il motivo dello scarto, dell’ osso di seppia, appunto, gettato dal mare sulla terra, escluso dalla natura e dalla felicità. La ripetizione anaforica del titolo al primo verso sembra, infatti, sottolineare questa condizione il cui concetto, il male di vivere, si materializza nell’opzione per un verbo, come “ incontrare”, il quale determina una identificazione diretta dell’oggetto, emblematicamente rappresentato attraverso una presenza reale e fisicamente tangibile: il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato. Il “male di vivere”, essendo ormai stato posto in crisi il simbolismo, non viene evocato in senso metaforico e analogico, ma concretamente reso tramite il ricorso al correlativo oggettivo. Si conclude così il primo momento della poesia , coincidente da un punto di vista metrico con la prima quartina, cui segue, secondo una struttura binaria, la rappresentazione del “bene”, anch’esso individuato, nella seconda quartina, in immagini simmetricamente collocate rispetto a quelle precedenti: la statua, la nuvola, il falco. In opposizione al male di vivere non vi è per Montale altro bene che l’imperturbabilità( la statua), la distanza(la nuvola), la chiaroveggenza( forse espressa dal falco che vola al di sopra della miseria del mondo): la natura di tale bene è, allora, tutta pessimistica e, comunque, individuabile in un atteggiamento di stoico distacco, come quello proprio della divinità( “ la divina Indifferenza”) la quale, in senso leopardiano, resta passiva e insensibile di fronte alle gioie e ai dolori degli uomini. Gli oggetti sono, dunque, emblemi, moderne allegorie in cui è trascritto in un linguaggio cifrato, il destino dell’uomo e del poeta il cui malessere esistenziale è reso a partire dal livello fonico- timbrico in virtù di uno straordinario gioco di equivalenze sonore e di parallelismi fonici. Le allitterazioni delle liquide /r/l/( si noti anche la triplice assonanza di quest’ultima al v.9), spesso unite ad altra consonante, quasi a renderne più faticosa la pronuncia( per esempio “ rivo” v.2 “cavallo” v.4) oppure precedute dalle vocali /e/a/( come in “era”- “ incartocciarsi” v.3 , “riarsa” v.4); quella della /s/ al v. 7 ( “statua…sonnolenza”); l’assonanza ricorrente /e/o/ che accosta parole semanticamente opposte tra loro( come stramazzato-levato); la reiterazione del suono /f/( “foglia” v.3, “ Indifferenza” v.6, “falco” v.8)in parole tra cui si instaura un rapporto di progressivo allontanamento a livello di significato implicito; l’asprezza spigolosa di certi termini (“strozzato”- “gorgoglia”- “incartocciarsi”) determinano sul piano acustico, un effetto di tormento affannoso, di lentezza mortale, di ineluttabilità nonché il senso di una vita arida e scheletrica. Anche la rima, oltre a produrre echi e rimandi sonori immediatamente fruibili, svolge una funzione espressiva, arricchendo e potenziando, per analogia o opposizione, le parole “compagne di rima”  creando particolari effetti nel caso di rime interne al testo. Per quanto riguarda l’aspetto metrico occorre precisare che, anche in questo caso, è possibile cogliere un’evoluzione che, a partire da un’oscillazione tra le forme aperte e il verso libero, da un lato, e forme chiuse più consuete, conduca ad un recupero in chiave moderna della tradizione, evidenziabile in testi poetici come quello in questione.  Questo, infatti, risulta costituito da due strofe  o quartine di endecasillabi, con l’eccezione dell’ultimo verso, che presenta un metro martelliano o doppio settenario., il primo dei quali è sdrucciolo: tale combinazione, insieme all’alternanza di endecasillabi a maiore e a minore, alla presenza della sinalefe( vv. 1-2-4-6-8) ricorrente ben due volte in fine di strofa, alla simmetria costruttiva delle sue quartine, determinano un ritmo sostenuto e, tuttavia, aspro e discorsivo, segno della ricerca di un rigore e di un equilibrio formale che compensino l’esigenza di un equilibrio interiore, ma il cui raggiungimento, si rivela, inevitabilmente, precario. Anche a livello stilistico-retorico la sensazione percepita è di tale natura: concorre a determinarla un lessico che alterna termini di uso letterario ( come “rivo”, “incartocciarsi”, ”riarsa”, ”prodigio”) ad altri quotidiani e colloquiali(come “strozzato”, “cavallo”, “nuvola”); la presenza della paratassi quale struttura sintattica predominante ed il ricorso frequente all’interpunzione che determina effetti di rottura da un lato, e alla sinalefe che tenta di ristabilire il senso di disgregazione e frammentazione del “ male di vivere” dall’altro. La collocazione, in posizione incipitaria, dell’avverbio “spesso”  sottolinea la negatività di un’esperienza che si suppone reiterata nel tempo, mentre notiamo come le tre immagini di impedimento sono rese, nella prima strofa, facendo ricorso ad un doppio climax: dalla difficoltà di esistere( il “rivo”) alla vita sul punto di finire(la “foglia”) alla morte( il “cavallo”) e dall’esistenza inanimata a quella vegetale a quella animale. A tali immagini si contrappongono, attraverso l’antitesi male/bene, quelle della strofa successiva, anch’esse disposte in modo da determinare un climax, reso da un progressivo innalzamento, in contrasto con la terrestrità bassa dei tre esempi della prima quartina(la rima“ stramazzato…levato” sottolinea l’antitesi spaziale basso/alto). Alla luce di quanto detto risulta, dunque, evidente come la poesia di Montale, in particolare quella degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta si stagli nel variegato panorama letterario e artistico del tempo, restando ricca di cose, di oggetti, di particolari minuti nonché condensandosi in immagini emblematiche di carattere universale o esistenziale.

sabato 5 ottobre 2013

5 Ottobre GIORNATA MONDIALE DELL’INSEGNANTE


Nel 1994 l’UNESCO ha deciso di istituire la Giornata mondiale dell’Insegnante, celebrata il 5 ottobre in oltre 100 nazioni, per segnalare a governi ed opinione pubblica la necessità di valorizzare il ruolo dell’insegnante nel percorso di formazione, educazione e guida alle nuove generazioni. La scuola è ricominciata da qualche settimana e nulla è cambiato: classi scoperte, nomine ancora da completare, malattie, permessi studio, permessi di varia natura, fughe difficili da catalogare e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato che  pervade molti insegnanti quando sono a scuola. Mi piace, allora, sedermi al mio tavolo e riflettere, in una giornata così speciale, cercando di indagare a fondo su quali dovrebbero essere le condizioni ottimali per non sentirci sempre più spesso “guardiani” di un gregge e sempre meno DOCENTI. Questa volta non intendo polemizzare o attaccare un sistema che fa acqua da tutte le parti, ma semplicemente ricordare qual è il senso della scuola, quale la sua funzione istituzionale, quali gli obiettivi da perseguire e quale il valore sociale storicamente attribuitole. Nella Costituzione italiana all’articolo 33 si legge: ” L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.…” il principio istitutivo della scuola parte dall’affermazione della libertà dell’insegnamento, per arrivare a ricordare che è lo Stato che deve istituire le scuole di ogni ordine e grado per garantire quell’uguaglianza sociale per cui tanto si è combattuto e per cui tanti hanno sacrificato la propria vita e fare in modo che per ogni singolo cittadino siano messe in atto tutte le strategie per il conseguimento dei propri obiettivi e per arrivare, magari, ad essere realizzato e appagato. Basta questo semplice e chiaro principio per comprendere la straordinaria importanza della scuola e di coloro che ne fanno parte in qualità di docenti e di discenti. Piero Calamandrei ,nel discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale “ Facciamo l’ipotesi” 1950, ha detto:”…Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo hanno la funzione di creare il sangue[…]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla( e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società[…].” Un discorso , questo pronunciato da Calamandrei, di una imbarazzante attualità nonostante la distanza temporale che ci divide, un discorso ancora più drammatico se contestualizzato ai nostri giorni, monito ad una scuola che le riforme hanno privato di ogni valore, di ogni risorsa, addirittura del giusto e meritato ruolo sociale che da sempre le è stato riconosciuto e che oggi ha lasciato il posto ad una forma senza sostanza perché, nel tentativo di modernizzare, i ministri che si sono succeduti hanno perso di vista e ,quindi l’hanno snaturata, l’essenza profonda della scuola, la sua anima, la sua funzione sociale e di strumento riqualificante di una società degna di questo nome. Allora non ci stupisce certo il disfacimento morale della scuola: su di essa aleggia un senso di sfiducia, di cinismo, di stanchezza che ha fatto perdere di vista principi semplici come la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità, fare il proprio dovere, fare lezione. La scuola deve rivendicare nuovamente la sua funzione di scuola del carattere, di formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali, di persone che “sanno”, consapevoli che non si va avanti solo con gli appoggi, le raccomandazioni, le tessere del partito o l’appartenenza ad una parrocchia. E’ la disillusione il male dei nostri giovani e il male di noi adulti che non crediamo più a nulla, che non siamo più convinti del ruolo sociale che, a furia di riforme strampalate e portate avanti da ministri che la scuola non l’hanno frequentata che da studenti( spesso neppure eccellenti!), ci hanno privato della dignità del nostro lavoro,  ci hanno strappato il rispetto dei nostri alunni e delle loro famiglie. Allora , perdonatemi, ma voglio ribadire che nonostante uno stipendio indegno per dei professionisti, noi siamo formatori di coscienze e dobbiamo rieducare i nostri studenti al rispetto per una istituzione sacra e inviolabile, attraverso la quale passa il riscatto sociale di ciascuno nonostante le difficoltà, nonostante la corruzione morale e ideologica che dilaga. La scuola regala gli strumenti per essere realizzati nel proprio ambito lavorativo, la scuola educa alla legalità e alla consapevolezza del proprio essere cittadino con dei doveri che non vanno elusi o disattesi, ma rispettati con impegno e serietà. In occasione della giornata mondiale dell’insegnante voglio augurare a tutti i colleghi di ritrovare la giusta direzione, di vincere lo scoramento e la disillusione e di tornare a credere e a lavorare affinché la scuola si riprenda tutto ciò che mistificatori e ciarlatani le hanno rubato mentre era impegnata a tenere insieme le parti scollate di un sistema troppo fragile per opporsi.

venerdì 20 settembre 2013

Analisi del testo: L' "Infinito" di Giacomo Leopardi



L’Idillio, composto presumibilmente nel 1819, compare sempre all'inizio delle raccolte leopardiane  e rivela un tono meno soggettivo e autobiografico. Dopo una prima attenta lettura, si noterà che è possibile dividere il testo in quattro sequenze :vv. 1-3 indicazione, ma senza elementi descrittivi, di uno spazio concreto ( l’area ristretta delimitata dalla siepe) e di uno specifico personale( la consuetudine di salire sul colle e lo stato d’animo che ne deriva); vv 4-8 processo di astrazione e visione mentale dello spazio; vv 8-13 un semplice stormir di foglie segna un momento di passaggio dall'immaginazione spaziale a quella temporale; vv 13-15 il pensiero si smarrisce e lo smarrimento genera piacere. Il titolo del componimento introduce magistralmente il lettore in una atmosfera di vago, di incommensurabile, in una dimensione in cui i sentimenti, gli spazi e il tempo sono dilatati e senza limite alcuno. Tuttavia le nostre aspettative sembrano, in un primo momento, deluse dai primi tre versi dell’Idillio. Esso, infatti, si apre con l’avverbio  sempre che imprime al periodo un tono di calda consuetudine, rafforzato dall'uso del passato remoto fu. L’aggettivo caro ci lascia entrare in un mondo noto, amato e ben definito, mentre  ermo, uno studiato arcaismo per indicare la solitudine del luogo, nobilita il colle su cui il giovane Leopardi amava concludere le sue passeggiate. Il colle, da identificare col monte Tabor un’altura assai vicina alla casa dei Leopardi, diventa il centro dello spazio interno che i primi tre versi vanno configurando. Ma ciò che circoscrive con determinazione lo spazio del colle è la siepe: il termine, che sfrutta bene il suo valore denotativo e connotativo, è messo in rilievo sia dall'accento ritmico che cade proprio sulla prima sillaba che dalla sua posizione in chiusura di emistichio prima di un’enfatica cesura rafforzata dalla virgola. E’ la siepe che impedisce allo sguardo del poeta di andare oltre quello spazio finito in cui si trova a meditare, è la siepe che rende invisibile  tanta parte dell’estremo orizzonte: ancora un latinismo ad impreziosire il verso con il particolare valore semantico attribuito all’aggettivo ultimo. La siepe è l’ostacolo materiale che si frappone tra i due spazi, quello finito e quello infinito, essa è il limite di ciò che è noto e delimitato e preclude la possibilità di guardare oltre servendosi dei sensi. Il ritmo di questi primi tre endecasillabi è scandito dall'enjambement tra i vv. 2-3 e dalle sinalefi che, insieme, danno al periodo un ritmo lento e pacato. Il rapporto dialettico che lega il titolo all'esordio del componimento persiste anche tra la prima e la seconda sequenza di versi. La forte avversativa ma, posta enfaticamente all'inizio del v. 4, scandisce il passaggio dalla descrizione  di uno spazio chiuso e stretto ad uno spazio dilatato e senza confini. La seconda sequenza è contraddistinta dalla rappresentazione dell’infinito, cioè di quello spazio che sta oltre la siepe, di quello spazio che sembra impenetrabile( e lo sarebbe se ci si limitasse ai sensi), ma che si spalanca vasto e smisurato al pensiero che solo può superare l’ostacolo-siepe. Uno spazio “infinito” appunto in cui dominano sovrumani/silenzi (vv.5-6) e una profondissima quiete(v.6): il v. 6 racchiude i due elementi distintivi dello spazio infinito posti ad inizio e a fine verso, accompagnati da due aggettivi pregni di significato. La centralità del verso nelle sequenze è rafforzata dall’enjambement che lo lega al verso precedente, da una forte cesura che cade dopo il primo termine, isolandolo, e che coincide con la virgola e dalla dieresi che rende il termine quiete trisillabo. I quattro versi della seconda sequenza sono tutti legati dall’enjambement che non solo rallenta il ritmo dei versi, ma concorre a dare il giusto rilievo a termini come spazi (v.4), silenzi(v.6), quiete (v.6) e ad aggettivi come interminati (v.4) e sovrumani(v.5). Fra l’immensità e la ristrettezza dello spazio interno sembra che non ci sia la possibilità di contatto e di continuità, ma lo sguardo che è costretto ad arrendersi davanti ad un muro imperscrutabile trova il suo prolungamento nel pensiero che può vagare ed immaginare prescindendo dalle percezioni visive. La dicotomia tra spazio interno ed esterno è superata dal pensiero che può elevarsi e superare il limite, ma in questo sforzo il poeta si sente pervaso da un moto di paura. La voce del vento che fa muovere le foglie paragonata all’ infinito silenzio dello spazio esterno apre la riflessione sul tempo: la stridente contraddizione suscita il sentimento del tempo esterno, che coincide con l’eterno, con il passato e con la morte  e del tempo interno tutto rappresentato dalla vita. L’alternanza finito-infinito, interno-esterno è sintetizzata anche dall’assonanza che lega sia voce(v.9) e morte (v.12) che vento(v.8) ed eterno (v.10). Il passaggio dal tema dello spazio a quello del tempo è bruscamente scandito dalla cesura, che coincide con i due punti, al v.10: anche questa terza sequenza è marcata dall’enjambement che lega tutti i versi, dalla sinalefe e dagli iati che non solo conferiscono una particolare ricchezza al metro, ma contribuiscono a creare un’atmosfera di pacata e distesa riflessione. La sensazione lascia il posto al ricordo e crea i presupposti per un nuovo sentire: l’infinito che il pensiero va scrutando si identifica, nella dimensione temporale, con l’eterno e con il passato così diversi dalla caducità e dalla fragilità del tempo concesso alla breve vita dell’uomo. L’ultima sequenza è tutta percorsa da una dolcezza e da un abbandono ineluttabili cui si arrende il pensiero dopo questo vagare, un abbandono impreziosito dall'uso connotativo del significante naufragare. L’apertura dell’idillio così intima e conosciuta è ripresa, nel finale, del dolce abbandono all'infinito e il componimento risulta imperlato da una struttura ad anello. Le parole-chiave dell’idillio sono silenzio (termine che compare ben due volte nel componimento al v.6 e al v.10)e quiete al v.6: la loro funzione sta tutta nella definizione dell’infinito. Essi, infatti, non appartengono alla sfera umana e tanto connotano l’infinito in quanto nell'immaginario rimandano ad un contesto di morte. Due termini cari a Leopardi e sempre usati per il loro pregnante valore evocativo. Il polisindeto, l’uso ben articolato degli aggettivi questo e quello, visualizzano la dialettica che sottende al testo ed esprimono l’ondeggiare tra realtà ed immensità che termina con il dolce naufragio dell’anima che chiude magistralmente un componimento emozionante in ogni verso: la dolcezza dell’abbandono è messa in rilievo dalla predominanza di vocali aperte, dall'allitterazione e dalla scelta dell’aggettivo dolce che , quasi lascivo e molle, sottolinea il profondo bisogno di un momento di pace dopo aver vissuto un’esperienza così emozionante.






mercoledì 21 agosto 2013

MORIRE DI “ DIVERSITA’'.

" Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia": sono le parole disperate che un giovane quattordicenne ha scritto prima di lanciarsi nel vuoto per porre fine ad un dolore che non riusciva più a sopportare, spaventato dalla sua diversità, soffocato dall'angoscia e dalla paura del giudizio di una società fintamente bacchettona e moralista. Si muore ancora per essere diversi…ma da chi? Quando si parla di omosessualità mi riaffiora il ricordo del mio migliore amico, Daniele, che dopo un percorso faticoso, sofferto e costellato di insidie mi chiamò per dirmi che doveva vedermi per confessarmi una cosa che mi avrebbe lasciato senza parole( cosa assai difficile!): era gay !!!!!! La mia reazione è stata di sorpresa in quanto io lo sapevo da un pezzo, ma poi gli ho chiesto in che modo questa sua consapevolezza avrebbe cambiato il nostro splendido rapporto. A distanza di quasi 25 anni so che non è cambiato nulla, che abbiamo camminato insieme condividendo momenti belli, difficili, assurdi amandoci teneramente come due esseri umani possono fare.Gli omosessuali hanno due occhi, due orecchie, due gambe, due braccia, bevono, mangiano, dormono e amano: perdonatemi, ma non riesco a capire in cosa siano diversi!!! Amiamo le persone e basta e credo davvero che nessuno di noi si ponga il problema di che tipo di rapporti sessuali abbia un amico o un’amica: in camera da letto, tra due persone che si amano e che sono consenzienti, può essere legittimo tutto, pertanto perché ci soffermiamo in maniera morbosa sul fatto che due uomini o due donne possano amarsi? Persino il Papa, sconcertando e lasciando basiti i suoi interlocutori, ha detto chiaramente:” Chi sono io per giudicare un omosessuale?” e noi chi siamo? Diversi sono gli uomini che picchiano e violentano le donne o i bambini, diversi sono gli assassini, i truffatori, coloro che offendono la dignità e i sentimenti dei loro simili, non gli omosessuali che di diverso, lasciatemelo dire, hanno il dolore che questa società meschina e ottusa gli provoca. Mi rattrista che questo tempo si lasci fagocitare da mille, inutili preoccupazioni e poi lasci morire suicida un adolescente schiacciato dalla paura di non essere accettato da una società sessista e macha oltre ogni limite. Oggi mi è capitato di leggere che in Germania propongono di non assegnare un sesso ai neonati, ma di indicare con una X l’attribuzione di un genere maschile o femminile, in attesa che il bambino abbia le idee chiare su ciò che vuole essere. Forse a ciascun essere umano dovrebbe essere garantita la libertà di scegliere e di seguire il proprio cuore senza dare un peso così rilevante alla categoria sessuale, in quanto ognuno vive la propria sessualità, che sia etero o omosessuale, nel chiuso della propria stanza, ma ciascuno deve essere garantito e tutelato nella libertà dei propri sentimenti. Provo un profondo senso di frustrazione pensando alla solitudine di questo giovinetto, spaventato e intimorito dalla cattiveria di un mondo che ancora non ha compreso una verità essenziale: siamo persone e nulla più e ognuno ha il diritto e il dovere di essere felice e di vivere secondo le proprie inclinazioni. Persino un mio alunno, qualche anno fa, sentì il bisogno di rivelarmi questo segreto: a lui riuscii solo a dare un caldo abbraccio, consapevole del percorso dolorosissimo che aveva dovuto compiere per giungere a quella consapevolezza, lui così bello, intelligente e speciale. Potrei fare bella mostra di omosessuali famosi o riferirmi alla storia antica, quando essere omosessuali era "normale", ma questa disquisizione potrebbe indurre a pensare che servono esempi unici e rilevanti per " normalizzare" ciò che è già normale. Mi piacerebbe una società in cui non fosse richiesto di esprimere la propria categoria sessuale, in quanto questo dato mi sembra irrilevante e superficiale, ma una società che assicuri a ciascuno di vivere la propria vita affettiva e sessuale in pienezza e con la riservatezza che è diritto di tutti. Non facciamo crescere i nostri figli con i paraocchi, ma insegniamo il rispetto per tutti gli esseri viventi, non demonizziamo gli omosessuali, non confondiamo omosessualità e pedofilia , mettiamo ordine semplificando i nostri rapporti con le persone che ci stanno intorno e che non possono morire di indifferenza o di “ diversità”. Gli omosessuali non sono più sensibili, più simpatici o più attenti alle persone, sono uguali agli altri e possono essere pure insensibili, strafottenti e idioti, proprio come tutti gli altri esseri umani. Non permettiamo a nessun giovane adolescente di vivere la propria sessualità come un macigno che potrebbe essere troppo pesante da portare da solo: educhiamo alla vita in tutte le sue forme e nella sua grandiosa diversità.

mercoledì 24 luglio 2013

E-BOOK: LA SCUOLA PUO' ATTENDERE

La decisione del Ministro dell’Istruzione Anna Maria Carrozza in merito alla necessità di differire di almeno un anno l’obbligatorietà dei libri digitali nelle scuole ha lasciato soddisfatti gli editori, meno l’opinione pubblica in generale. Le motivazioni di tale scelta, riferisce il ministro, poggiano sulla considerazione che serve più tempo per organizzarsi e per valutare le ricadute sulla salute dei giovani utenti esposti ad un uso prolungato di strumenti tecnologici, oltre che denaro per dotare le scuole e le case di banda larga e WI-FI. In realtà, su tutte, sembrano prevalere le ragioni degli interessi economici degli editori che nell'immediato dovrebbero mandare al macero moltissimi libri già stampati e, soprattutto, vedrebbero notevolmente ridotti i loro profitti!  La scuola italiana deve, purtroppo, fare i conti con l’accusa di recepire troppo lentamente i segnali di cambiamento e di non essere tempestiva nel realizzare l’ammodernamento richiesto a livello mondiale, deve essere più competitiva e fornire ai propri utenti strumenti più efficaci e al passo con i tempi, che rispondano in maniera mirata alle richieste di una società globalizzata e tecnologica e sembra che l’introduzione dell’e-book risponda a tutti questi diktat. La nostra scuola  così criticata, vilipesa, accusata di anacronismo, di immobilità culturale eppure così poco considerata dai diversi governi di destra e di sinistra che si alternano e che sistematicamente scelgono di non investire in uno dei nodi essenziali, se non vitali, di una società che si rispetti, ora sembra arrivata ad un bivio di fondamentale importanza: rendere obbligatorio l’e-book pare proprio che possa rivoluzionare la scuola italiana, una panacea a tutti i mali accumulati nel corso dei decenni!!! Francamente sorrido di fronte a tante parole spese tra coloro che sono a favore e coloro che, per difendere i propri interessi, oppongono motivazioni discutibili e poco credibili.
Da insegnante, neppure troppo avanti con gli anni, dico che non potrei rinunciare al piacere fisico dello studio, fatto dell’odore della carta, della matita che sottolinea e ferma immagini, pensieri, che riassume, commenta e lascia una traccia indelebile dell’incontro con il libro! Non nego certamente il valore e l’importanza della tecnologia, ma il nuovo deve convivere con la tradizione e con un modo di studiare che si è rivelato efficace e valido sempre e ovunque. I nostri laureati esprimono, in moltissimi casi, eccellenze e competenze qualificatissime, i nostri cervelli scappano all'estero per completare gli studi e cercare un lavoro che il nostro paese, non la nostra scuola, gli nega! Dobbiamo rivedere i programmi, forse persino il modo di insegnare, ma non mi pare che la scuola abbia questa priorità in questo momento!!!! Parliamo di e-book e in alcune scuole manca la connessione, parliamo di tecnologia avanzata e le strutture di alcune , la maggior parte delle scuole, sono fatiscenti, per usare un eufemismo! La riqualificazione della scuola passa prima di tutto dalla creazione di ambienti accoglienti, puliti e sicuri, poi dal sacrosanto e giusto riconoscimento del ruolo sociale  e professionale dei docenti corrispondendo loro uno stipendio europeo ( perché essere moderni significherà pure adeguare gli stipendi oltre che introdurre gli e-book!), infine dagli investimenti che il nostro paese, che non riesce a tagliare le spese della farraginosa macchina statale ma nega fondi alla scuola trasversalmente, non sembra intenzionato a fare!!!! Mi piace l’idea di far risparmiare denaro alle famiglie sempre più in difficoltà, ma non credo davvero sia questa la soluzione per ovviare ai troppi problemi della scuola. Peccato che per cose del genere si accendano polemiche esagerate, appassionate e mentre la scuola viene privata della dignità e dei mezzi minimi di sussistenza nessuno si lanci in battaglie in difesa e a tutela di un istituzione che rimane, per me e molti insegnanti, SACRA!!!!!!!!! Lavoriamo per una scuola al passo con i tempi, diamo alla tecnologia il giusto valore e il meritato posto nella vita di docenti e studenti, ma non perdiamo di vista, mai, che la scuola è fatta di contenuti, di conoscenze e di competenze che insieme istruiscono gli studenti e che sono assolutamente complementari e tessere imperdibili di un puzzle complesso da ultimare: la formazione  dei nostri giovani!